Nelle collezioni della biblioteca, editoria d'altri tempi e letture ancora attuali.
Pubblicato il 27 febbraio 2026
La collana editoriale dell’editore Lacaita “Briganti e Galantuomini” si proponeva di esplorare la complessa “questione meridionale” attraverso una prospettiva diretta, affidando la parola ai protagonisti stessi di quell'epoca turbolenta. Tra le testimonianze più significative di questo progetto spiccano i volumi dedicati a José Borjès e Carmine Crocco, due figure che incarnano anime diverse e spesso inconciliabili della reazione borbonica nel Mezzogiorno post-unitario.
Il diario di José Borjès, intitolato "La mia vita tra i briganti", ci restituisce l'immagine di un generale spagnolo di grande esperienza militare, inviato dal Comitato Borbonico di Marsiglia con l'ambizioso compito di trasformare le masse disorganizzate di insorti in un vero esercito regolare. Le sue pagine documentano il tentativo di restaurare l'autorità di Francesco II attraverso una strategia politica precisa, che prevedeva l'istituzione di tribunali e il rispetto di una disciplina formale. Tuttavia, emerge con forza l'amarezza di un uomo che si scontra con una realtà locale ben diversa dai propri ideali cavallereschi, arrivando a descrivere con severità la mancanza di orizzonti politici dei capi briganti con cui si trovò a collaborare.
A questa visione "dall'alto" fa da contraltare l'autobiografia di Carmine Crocco, "Come divenni brigante". In quest'opera, il celebre "generale" di Rionero in Vulture racconta il suo percorso di ribellione, nato non da un astratto ideale legittimista, ma da un viscerale spirito di conservazione e dalla reazione contro le ingiustizie sociali subite dalle classi rurali. Crocco descrive una guerriglia fatta di bande mobili e attacchi mirati ai "galantuomini", la nuova classe dirigente percepita come usurpatrice. Il suo racconto è pervaso dal tormento di chi si sente negata ogni possibilità di redenzione e vede nella macchia l'unica via d'uscita contro una repressione spesso inumana e crudele.
Il confronto tra queste due opere mette a nudo un contrasto insanabile. Mentre l'intento di Borjès era promuovere un'azione che riportasse sul trono il sovrano, presentandola come una missione per la legittimità dinastica, Crocco rappresentava la resistenza di un mondo contadino disperato. Questo dissidio ideale e tattico, che portò alla rottura tra i due capi, rimane ancora oggi una chiave di lettura fondamentale per comprendere il fallimento della restaurazione borbonica e le profonde ferite che hanno segnato la nascita dello Stato unitario. (27 febbraio 2026)
Pubblicato nel 1906, "The Moral Damage of War" di Walter Walsh (1857-1931) è un libro ancora in grado di sorprendere. Non un trattato astratto, né l’ennesima invettiva moralistica contro la violenza, bensì un paziente repertorio di fatti, testimonianze, derive collettive: ciò che l’autore definisce - con un’immagine che colpisce - un “arsenale” costruito non per combattere, ma per smontare l’ingranaggio mentale che rende la guerra possibile.
Il punto da cui muove Walsh è semplice e insieme sconfortante: il conflitto armato corrompe la coscienza umana in tutte le sue articolazioni. Nessuna professione, nessun ceto, nessuna tradizione culturale può dirsi immune dalla lenta erosione del senso morale che la guerra inevitabilmente produce. L’autore respinge l’idea, diffusa all’epoca e purtroppo non del tutto estinta, che la crudeltà sia appannaggio di popoli considerati “inferiori”; una comoda illusione, dice, che permette a molte nazioni – soprattutto quelle anglosassoni, oggetto della sua critica più severa – di sottrarsi alle proprie responsabilità etiche. Non esistono popoli “buoni” o “cattivi”: esiste una comune fragilità che il conflitto acuisce fino a trasformarla in barbarie.
Nella prefazione, forse la parte più accorata del volume, Walsh introduce una distinzione che merita ancora oggi qualche riflessione: quella tra motivazioni utilitaristiche e motivazioni religiose della pace. Nessun calcolo politico, nessuna convenienza economica, nessuna razionalità strategica potrà mai estinguere la “maledizione della guerra”. A suo avviso, solo un impulso religioso – inteso non come dogma, ma come tensione morale verso la fraternità e il sacrificio – possiede la forza profetica necessaria a rendere la pace un orizzonte reale. L'autore richiama Walt Whitman: la religione, dice, è l’essenza stessa della vita; senza quella fibra interiore, la solidarietà rimane un auspicio.
Figura eminente del pacifismo scozzese, Walsh consegna così un testo che resta un classico per lucidità e profondità, capace di ricordare che la guerra è, prima ancora che un evento politico, una ferita dell’anima. (20 febbraio 2026)
Ci sono libri che non hanno bisogno di gridare per imporsi, perché bastano la loro naturale eleganza e la calma sicurezza di chi sa ciò che dice. "Al cinema col lapis" di Filippo Sacchi appartiene a questa rara famiglia. Pubblicato molti decenni fa, eppure sorprendentemente attuale, il volume raccoglie una serie di recensioni che sembrano nate non tanto per giudicare un film, quanto per restituirne l’anima, la vibrazione segreta, ciò che resterà nello spettatore più a lungo della trama.
Sacchi osserva il cinema con uno sguardo che oggi diremmo “da umanista prestato allo schermo”. Nei suoi pezzi affiora la capacità, quasi proustiana, di cogliere l’istante rivelatore: un’inclinazione della testa di Ingrid Bergman, un tremito sulla voce di Katharine Hepburn, un gesto troppo insistito che tradisce l’indecisione di un regista. Ogni dettaglio diventa indizio, chiave d’accesso a un mondo che il cinema soltanto sfiora ma che Sacchi rende, con naturalezza, tridimensionale.
La sua scrittura procede con quella miscela di ironia lieve e malinconia assorta che si ritrova nei grandi cronisti del Novecento. Sa essere spietato — come quando smaschera le esitazioni narrative di "Anastasia" o gli eccessi naturalistici di Gervaise — ma non perde mai una sorta di lealtà di fondo nei confronti del film. Anche quando critica, lo fa con la stessa cura con cui si parla a un amico che non vogliamo ferire.
E poi c’è il suo talento più raro: la capacità di trasformare la recensione in racconto. Così, l’apparizione di Marilyn Monroe non è semplice commento critico, ma una piccola epifania mitologica; la figura di Lizzie ne "Il mago della pioggia" si illumina di una tenerezza che appartiene più alla letteratura che al giornalismo. Sacchi non guarda soltanto il film: guarda ciò che il film fa risuonare nella memoria, nell’immaginazione, perfino nella biografia.
Rileggere oggi "Al cinema col lapis" significa ritrovare un modo di pensare — e di vedere — che credevamo perduto: uno sguardo paziente, curioso, disposto a lasciarsi sorprendere. È un libro che ci ricorda come il cinema, quando incontra una penna davvero sensibile, possa diventare non solo spettacolo, ma conoscenza. (12 febbraio 2026)
In un’epoca in cui la scienza stava ridefinendo il modo stesso in cui l’uomo osservava il mondo, Charles B. Gibson compose un’opera che ancora oggi colpisce per chiarezza, metodo e sorprendente modernità. "Idee scientifiche d’oggi" (1912!) nasce infatti da una scelta precisa: accompagnare il lettore passo dopo passo verso quelle domande fondamentali che hanno guidato lo sviluppo della fisica moderna.
Fin dalle prime pagine, l’autore ricorda quanto sia facile perdersi quando si affrontano argomenti complessi partendo “dal mezzo”. Le conoscenze scientifiche – ci dice – si costruiscono come un edificio: strato dopo strato, evitando scorciatoie che promettono di semplificare ciò che richiede invece un percorso, un metodo, un’educazione dello sguardo. Per questo Gibson presume che il lettore non sappia nulla. Non per sminuirlo, ma per accompagnarlo davvero. È lo stesso principio che guida la buona divulgazione: partire dall’esperienza comune, dalle illusioni percettive, dagli errori più naturali – come credere che sia il sole a muoversi intorno alla Terra – per arrivare a comprendere concetti che, una volta assimilati, appaiono quasi intuitivi.
Il volume esplora così la natura della materia, dell’elettricità, della luce e del calore non come nozioni astratte, ma come idee che l’umanità ha costruito interrogando la realtà, formulando teorie, sbagliando e correggendosi. L’introduzione insiste proprio sul ruolo delle teorie: non dogmi immutabili, ma strumenti utili a spiegare i fatti osservati e, soprattutto, a scoprirne di nuovi. È un invito a considerare la scienza come un processo vivo, dinamico, in cui ogni conoscenza è sempre provvisoria e aperta a revisioni.
Gibson adotta un tono semplice, diretto, ma mai banalizzante. Racconta aneddoti, usa esempi quotidiani – come l’illusione del treno che sembra muoversi quando è fermo – e mostra come il metodo scientifico sia, in fondo, un’estensione del buon senso: osservare, ipotizzare, verificare.
Questo libro, oggi come allora, si rivolge a chiunque voglia capire come la scienza pensa, prima ancora di ciò che essa scopre. Ed è proprio in questa capacità di unire rigore e accessibilità che risiede la sua forza: rendere la complessità non solo comprensibile, ma persino affascinante. (3 febbraio 2026)
La collana “Vinti e vincitori”, pubblicata da Bompiani tra il 1945 e il 1958, rappresenta una testimonianza preziosa del fermento culturale che accompagnò la ricostruzione dell’Italia e l’apertura verso il mondo. Nata in un contesto di profonde trasformazioni politiche e sociali, la serie raccoglie saggi e reportage dedicati alle grandi questioni internazionali emerse dopo la Seconda guerra mondiale: la ridefinizione dei rapporti di forza tra nazioni, la nascita della Guerra Fredda, le sfide economiche e ideologiche di un’epoca segnata da contrasti e speranze.
Attraverso le voci di autori italiani e stranieri come Alberto Moravia, Arnold Toynbee, John Gunther e Lin Yutang, la collana offrì al pubblico strumenti di comprensione critica, coniugando rigore analitico e chiarezza divulgativa. Il progetto editoriale di Bompiani rispondeva all’esigenza di democratizzare la conoscenza, proponendo volumi accessibili che favorissero la formazione di una coscienza civile e internazionale. “Vinti e vincitori” non fu soltanto un’iniziativa editoriale, ma un ponte tra giornalismo, saggistica e letteratura, capace di stimolare il dibattito culturale e di accompagnare il Paese nella costruzione di una nuova identità democratica. (27 gennaio)
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“𝘊𝘢𝘯𝘵𝘰𝘯, 𝘨𝘪𝘶𝘨𝘯𝘰 1966
𝘚𝘰𝘯𝘰 𝘢 𝘊𝘢𝘯𝘵𝘰𝘯 𝘥𝘢 𝘱𝘰𝘤𝘩𝘦 𝘰𝘳𝘦: 𝘦̀ 𝘪𝘭 𝘤𝘳𝘦𝘱𝘶𝘴𝘤𝘰𝘭𝘰 𝘥𝘪 𝘶𝘯𝘢 𝘴𝘵𝘢𝘨𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘮𝘰𝘭𝘵𝘰 𝘴𝘪𝘮𝘪𝘭𝘦 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘱𝘳𝘪𝘮𝘢𝘷𝘦𝘳𝘢 𝘴𝘪𝘤𝘪𝘭𝘪𝘢𝘯𝘢, 𝘶𝘮𝘪𝘥𝘢, 𝘤𝘢𝘭𝘥𝘢 𝘦 𝘱𝘳𝘰𝘧𝘶𝘮𝘢𝘵𝘢 𝘥𝘪 𝘨𝘦𝘭𝘴𝘰𝘮𝘪𝘯𝘰 𝘦 𝘥𝘪 𝘢𝘤𝘢𝘤𝘪𝘢. 𝘗𝘢𝘴𝘴𝘦𝘨𝘨𝘪𝘰 𝘭𝘶𝘯𝘨𝘰 𝘪𝘭 𝘧𝘪𝘶𝘮𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘗𝘦𝘳𝘭𝘦 𝘰𝘴𝘴𝘦𝘳𝘷𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘭𝘦 𝘮𝘢𝘯𝘰𝘷𝘳𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘨𝘪𝘶𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘳𝘪𝘦𝘯𝘵𝘳𝘢𝘯𝘰 𝘴𝘪𝘭𝘦𝘯𝘻𝘪𝘰𝘴𝘦 𝘥𝘢𝘪 𝘱𝘪𝘤𝘤𝘰𝘭𝘪 𝘤𝘰𝘮𝘮𝘦𝘳𝘤𝘪 𝘯𝘦𝘪 𝘷𝘪𝘭𝘭𝘢𝘨𝘨𝘪 𝘴𝘶𝘭𝘭𝘦 𝘴𝘱𝘰𝘯𝘥𝘦 𝘷𝘦𝘳𝘴𝘰 𝘯𝘰𝘳𝘥 𝘦 𝘭𝘢𝘴𝘤𝘪𝘢𝘯𝘰 𝘤𝘢𝘥𝘦𝘳𝘦 𝘥𝘪 𝘤𝘰𝘭𝘱𝘰 𝘭𝘢 𝘨𝘳𝘢𝘯𝘥𝘦 𝘷𝘦𝘭𝘢 𝘢 𝘧𝘰𝘳𝘮𝘢 𝘥’𝘢𝘭𝘢 𝘥𝘪 𝘱𝘪𝘱𝘪𝘴𝘵𝘳𝘦𝘭𝘭𝘰. 𝘋𝘦𝘯𝘵𝘳𝘰 𝘭𝘦 𝘨𝘪𝘶𝘯𝘤𝘩𝘦, 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘭𝘶𝘤𝘦 𝘥𝘪 𝘭𝘶𝘮𝘪𝘯𝘪 𝘢 𝘰𝘭𝘪𝘰 𝘰 𝘥𝘪 𝘭𝘢𝘮𝘱𝘢𝘥𝘦 𝘢𝘭 𝘤𝘢𝘳𝘣𝘶𝘳𝘰, 𝘥𝘰𝘯𝘯𝘦 𝘢𝘤𝘤𝘰𝘷𝘢𝘤𝘤𝘪𝘢𝘵𝘦 𝘦 𝘣𝘢𝘮𝘣𝘪𝘯𝘪 𝘢𝘨𝘪𝘵𝘢𝘯𝘰 𝘣𝘢𝘤𝘤𝘩𝘦𝘵𝘵𝘪𝘯𝘦 𝘥𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘤𝘪𝘰𝘵𝘰𝘭𝘢 𝘥𝘪 𝘳𝘪𝘴𝘰 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘣𝘰𝘤𝘤𝘢 𝘤𝘰𝘯 𝘭𝘢 𝘳𝘢𝘱𝘪𝘥𝘪𝘵𝘢̀ 𝘦 𝘭𝘢 𝘧𝘳𝘦𝘯𝘦𝘴𝘪𝘢 𝘥𝘪 𝘪𝘯𝘴𝘦𝘵𝘵𝘪 𝘦 𝘧𝘢𝘳𝘧𝘢𝘭𝘭𝘦. 𝘈 𝘱𝘰𝘱𝘱𝘢 𝘶𝘯 𝘶𝘰𝘮𝘰 𝘦 𝘶𝘯𝘢 𝘳𝘢𝘨𝘢𝘻𝘻𝘢 𝘥𝘢𝘪 𝘭𝘶𝘯𝘨𝘩𝘪 𝘤𝘢𝘱𝘦𝘭𝘭𝘪 𝘴𝘤𝘪𝘰𝘭𝘵𝘪, 𝘷𝘦𝘴𝘵𝘪𝘵𝘢 𝘥𝘪 𝘶𝘯 𝘱𝘪𝘨𝘪𝘢𝘮𝘢 𝘯𝘦𝘳𝘰 𝘦 𝘭𝘶𝘤𝘪𝘥𝘰, 𝘭𝘢 𝘱𝘢𝘨𝘰𝘥𝘪𝘯𝘢 𝘥𝘪 𝘱𝘢𝘨𝘭𝘪𝘢 𝘢𝘣𝘣𝘢𝘯𝘥𝘰𝘯𝘢𝘵𝘢 𝘴𝘶𝘭𝘭𝘢 𝘴𝘤𝘩𝘪𝘦𝘯𝘢, 𝘮𝘶𝘰𝘷𝘰𝘯𝘰 𝘭𝘦𝘯𝘵𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘪𝘭 𝘨𝘳𝘢𝘯𝘥𝘦 𝘳𝘦𝘮𝘰 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘮𝘢𝘯𝘪𝘦𝘳𝘢 𝘥𝘦𝘪 𝘨𝘰𝘯𝘥𝘰𝘭𝘪𝘦𝘳𝘪 𝘷𝘦𝘯𝘦𝘻𝘪𝘢𝘯𝘪.”
Inizia così 𝗖𝗮𝗿𝗮 𝗖𝗶𝗻𝗮, di Goffredo Parise, pubblicato dall’editore Longanesi nel 1967 che raccoglie un insieme di articoli scritti per il Corriere della Sera: brevi 𝗿𝗲𝗽𝗼𝗿𝘁𝗮𝗴𝗲𝘀 𝗱𝗲𝗹 𝘃𝗶𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗮𝘂𝘁𝗼𝗿𝗲 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗖𝗶𝗻𝗮 𝗺𝗮𝗼𝗶𝘀𝘁𝗮 𝗻𝗲𝗴𝗹𝗶 𝗮𝗻𝗻𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗥𝗶𝘃𝗼𝗹𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗰𝘂𝗹𝘁𝘂𝗿𝗮𝗹𝗲. L’opera si colloca a metà tra diario di viaggio, saggio politico e riflessione morale.
Parise invita a superare i pregiudizi occidentali per comprendere una realtà radicalmente diversa, cogliendone l’essenza nel li, lo “stile” intimo del popolo cinese, soprattutto delle donne. Un paese povero ma dignitoso, profondamente permeato dall’ideologia socialista, che investe ogni aspetto della vita collettiva a scapito della libertà individuale. L’autore vicentino osserva la società cinese con uno sguardo volutamente anti-ideologico: più che analizzare i meccanismi del potere, si concentra sulla vita quotidiana, sui volti, sui gesti e sul linguaggio delle persone comuni. Ne emerge 𝘂𝗻 𝗿𝗶𝘁𝗿𝗮𝘁𝘁𝗼 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗻𝘇𝗶𝗮𝗹𝗲 𝗲 𝘀𝗽𝗼𝗴𝗹𝗶𝗼 𝗱𝗶 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗶𝘃𝗶𝗹𝘁𝗮̀ 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗲𝗽𝗶𝘁𝗮 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗽𝗿𝗼𝗳𝗼𝗻𝗱𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗿𝘀𝗮 𝗱𝗮𝗹𝗹’𝗢𝗰𝗰𝗶𝗱𝗲𝗻𝘁𝗲, 𝘀𝗲𝗴𝗻𝗮𝘁𝗮 𝗱𝗮 𝘂𝗻 𝗳𝗼𝗿𝘁𝗲 𝘀𝗲𝗻𝘀𝗼 𝗰𝗼𝗹𝗹𝗲𝘁𝘁𝗶𝘃𝗼, 𝗱𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝗱𝗶𝘀𝗰𝗶𝗽𝗹𝗶𝗻𝗮 𝗮𝘂𝘀𝘁𝗲𝗿𝗮 𝗲 𝗱𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝗿𝗶𝗱𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗿𝗮𝗱𝗶𝗰𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗶 𝗯𝗶𝘀𝗼𝗴𝗻𝗶 𝗶𝗻𝗱𝗶𝘃𝗶𝗱𝘂𝗮𝗹𝗶. I vari capitoli non sono caratterizzati da un approccio turistico o meramente teorico, ma da un atteggiamento critico e insieme affascinato. Parise evita sia l’entusiasmo propagandistico sia la condanna pregiudiziale, 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗿𝗼𝗴𝗮𝗻𝗱𝗼𝘀𝗶 𝗽𝗶𝘂𝘁𝘁𝗼𝘀𝘁𝗼 𝘀𝘂𝗹 𝗿𝗮𝗽𝗽𝗼𝗿𝘁𝗼 𝘁𝗿𝗮 𝗶𝗻𝗱𝗶𝘃𝗶𝗱𝘂𝗼 𝗲 𝗶𝗱𝗲𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗮, 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝘁𝗮̀ 𝗲 𝘂𝗴𝘂𝗮𝗴𝗹𝗶𝗮𝗻𝘇𝗮. 𝗖𝗮𝗿𝗮 𝗖𝗶𝗻𝗮 diventa così una riflessione più ampia sulla modernità, sul destino delle società di massa e sulla possibilità – o impossibilità – di una felicità collettiva imposta dall’alto.
15 gennaio 2026
Una lista di titoli presenti in biblioteca e pubblicati nel 2025
𝗣𝗶𝘃𝗮𝗻𝗼, 𝗙𝗲𝗿𝗻𝗮𝗻𝗱𝗮, 𝘼𝙢𝙚𝙧𝙞𝙘𝙖 𝙧𝙤𝙨𝙨𝙖 𝙚 𝙣𝙚𝙧𝙖, Firenze, 1964
Opera densa e appassionata che raccoglie cinque anni di osservazione critica, 𝘼𝙢𝙚𝙧𝙞𝙘𝙖 𝙧𝙤𝙨𝙨𝙖 𝙚 𝙣𝙚𝙧𝙖 mette a fuoco, attraverso lo sguardo di Fernanda Pivano, il paradosso centrale della civiltà americana, ossia il conflitto tra l’ideale egualitario jeffersoniano e la realtà di una società industriale e capitalistica dominata dal conformismo. Attraverso brevi saggi biografici e ritratti letterari, l’autrice ricostruisce il modo in cui 𝗠𝗲𝗹𝘃𝗶𝗹𝗹𝗲, 𝗗𝗼𝘀 𝗣𝗮𝘀𝘀𝗼𝘀, 𝗘𝗹𝗶𝗼𝘁, 𝗙𝗮𝘂𝗹𝗸𝗻𝗲𝗿, 𝗦𝘁𝗲𝗶𝗻𝗯𝗲𝗰𝗸, 𝗙𝗶𝘁𝘇𝗴𝗲𝗿𝗮𝗹𝗱, 𝗛𝗲𝗺𝗶𝗻𝗴𝘄𝗮𝘆 e altri hanno interrogato e denunciato le contraddizioni sociali, razziali ed economiche degli Stati Uniti. Particolarmente efficace risulta l’accostamento costante tra testi e contesto sociale, grazie al quale la Pivano mette in luce l’interdipendenza tra produzione letteraria e costume, privilegiando una prospettiva critica di matrice biografico-sociologica.
Il volume alterna così passaggi di acuta analisi a tocchi di humour critico che ne alleggeriscono la lettura senza comprometterne il rigore; e se talvolta appare meno sistematico nelle conclusioni teoriche, compensa ampiamente con la vivacità delle istantanee e con la solida competenza filologica dell’autrice. Ne risulta uno strumento prezioso per studiosi e studenti, capace di offrire 𝘂𝗻𝗮 𝗺𝗮𝗽𝗽𝗮 𝗰𝗿𝗶𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗹𝗲𝘁𝘁𝗲𝗿𝗮𝘁𝘂𝗿𝗮 𝗮𝗺𝗲𝗿𝗶𝗰𝗮𝗻𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗼 𝗡𝗼𝘃𝗲𝗰𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝘀𝗲𝗰𝗼𝗻𝗱𝗼 𝗱𝗼𝗽𝗼𝗴𝘂𝗲𝗿𝗿𝗮 e, al tempo stesso, 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗵𝗶𝗮𝘃𝗲 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗽𝗿𝗲𝘁𝗮𝘁𝗶𝘃𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗔𝗺𝗲𝗿𝗶𝗰𝗮 “𝗿𝗼𝘀𝘀𝗮 𝗲 𝗻𝗲𝗿𝗮” 𝗮𝗻𝗰𝗼𝗿𝗮 𝘀𝗼𝗿𝗽𝗿𝗲𝗻𝗱𝗲𝗻𝘁𝗲𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗮𝘁𝘁𝘂𝗮𝗹𝗲. (8 gennaio 2026)
Nel 1876 la Harper & Brothers di New York pubblica "Robinson Crusoe’s Money; or, The Remarkable Financial Fortunes and Misfortunes of a Remote Island Community", saggio dell’economista e divulgatore David Ames Wells (1828 1898). L’opera si distingue in primo luogo per l’originalità metodologica: attraverso una costruzione narrativa ispirata al celebre personaggio di Daniel Defoe, Wells affronta questioni centrali di economia politica, quali la natura della moneta, il concetto di valore e le dinamiche dello scambio.
Il nucleo teorico del testo si fonda su una metafora esplicativa: Robinson Crusoe, abbandonato su un’isola deserta, è costretto a organizzare le proprie risorse per garantirsi la sopravvivenza. Da questa situazione immaginata, l’autore deduce i principi fondamentali dell’attività economica, mostrando come il valore non risieda nel denaro in quanto tale, bensì nella capacità di generare beni e servizi utili. La moneta, in questa prospettiva, è concepita come mero strumento di misura e di intermediazione, privo di valore intrinseco se non rapportato alla produzione reale.
Pur adottando un linguaggio chiaro e divulgativo, Wells affronta tematiche di rilievo teorico quali il rapporto tra capitale e lavoro, la funzione del credito e il ruolo delle istituzioni finanziarie, mantenendo costantemente il riferimento alla costruzione narrativa del romanzo di Defoe. Tale approccio consente di rendere accessibili concetti complessi, senza rinunciare alla coerenza analitica.
Collocato nel contesto delle profonde trasformazioni economiche e industriali della seconda metà dell’Ottocento, il saggio assume un valore che trascende la contingenza storica. Esso sollecita una riflessione critica sul significato autentico di ricchezza, sull’importanza della produzione rispetto alla speculazione e sul rischio insito nell’identificazione della prosperità con la mera accumulazione monetaria. (16 dicembre 2025)
L'esemplare posseduto dalla biblioteca è il reprint del 1969, edito da Greenwood Press.
... mette a disposizione l'ebook open access, in diversi formati.
Pubblicata all’inizio degli anni Cinquanta e nata da un ciclo di lezioni, "Breve storia dell’economia: dalla comunità primitiva al capitalismo moderno" di Jürgen Kuczynski si inserisce nella temperie della Repubblica Democratica Tedesca del dopoguerra, quando alla storia economica si attribuisce un compito formativo e civile: chiarire le “leggi” dello sviluppo per orientare decisioni in un presente segnato da ricostruzione e conflitti geopolitici. Fin dall’incipit l'autore rivendica l’utilità dello studio “a grandi linee” dell’economia dall’origine al presente. Premesso ciò, Kuczynski adotta una periodizzazione di matrice storico‑materialista che - nel solco dall’antropologo Lewis Henry Morgan e di Friedrich Engels - distingue comunità primitiva, schiavismo, feudalesimo e capitalismo, prefigurandone il superamento socialista; le citazioni programmatiche da Stalin sui rapporti tra forze produttive e rapporti di produzione definiscono l’orizzonte teorico e pedagogico. L’introduzione salda la storia universale alla specificità tedesca: il reinserimento nella comunità dei popoli viene misurato dalla forza del movimento progressista e dalla battaglia per una Germania unita e democratica, così che la lunga durata diventa criterio per valutare un presente ancora in bilico. La narrazione insiste sulla contrazione dei tempi storici e sull’accelerazione del cambiamento: dall’evoluzione della tecnica (dalla prima ascia di Abbeville a quella di Saint‑Acheul) ai mutamenti agricoli degli ultimi due secoli, gli esempi illustrano come la crescita delle forze produttive imponga transizioni di sistema sempre più rapide. In questo quadro il capitalismo è presentato come ultima figura della “civiltà” fondata sull’appropriazione del plusprodotto, destinata a cedere il passo a rapporti cooperativi e pianificati orientati all’uguaglianza sostanziale. Il presente viene così letto come soglia di un “nuovo sviluppo” inaugurato nel 1917: il socialismo, inteso come economia non sfruttatrice, alla cui costruzione partecipano centinaia di milioni di persone nell’Unione Sovietica, in Cina, nei paesi di democrazia popolare e nella DDR. (5 dicembre 2025)
19 settembre 2025
"Usando la violenza, noi rinneghiamo necessariamente i valori che sono la nostra ragione di vivere e ne ritardiamo indefinitamente la propagazione e la fioritura." Andrea Caffi
Prezzolini così lo descrive:
"Arrivava all'improvviso, non si sapeva da che parte del mondo, con gli abiti sgualciti e l'aria di avere un grande appetito... e scompariva allo stesso modo, senza che si sapesse perché né per dove. Da per tutto portava la sua gentilezza, un'aria d'innocenza, un enorme fascio d'erudizione che slegava e da cui traeva regali a qualunque richiesta..."
Intellettuale poco conosciuto ma centrale nella storia del socialismo italiano e russo, pensatore originale e irriducibile a schemi ideologici precostituiti, la sua originalità stava nel pensiero “socratico”, che privilegiava il dialogo e l’esperienza umana concreta al dogmatismo e ai sistemi teorici. Per i suoi amici, come Chiaromonte, la sua grandezza risiedeva soprattutto nell’essere un uomo giusto e capace di pensare con gli altri e per gli altri.
Il volume "Critica della violenza" di Andrea Caffi, pubblicato per la prima volta nel 1966 da Bompiani, raccoglie saggi scritti dall'autore negli anni '40 che riflettono sulla violenza, in particolare quella cosiddetta "rivoluzionaria", e sui rischi enormi del suo impiego. Caffi analizza la violenza da una prospettiva critica e pacifista, sostenendo che un movimento che voglia assicurare libertà, pace e giustizia non può utilizzare mezzi violenti organizzati come insurrezioni armate, guerre civili o internazionali, dittature o terrore, perché tali mezzi sono inefficaci e conducono a risultati opposti alle finalità desiderate. Egli denuncia come le rivoluzioni violentemente imposte finiscano spesso per produrre nuovi regimi oppressivi, tradendo così le speranze più autentiche dei popoli.
Il libro propone dunque una riflessione sulla nonviolenza come unica strategia coerente per un cambiamento sociale autentico, soprattutto alla luce della capacità di distruzione e dell'orrore della violenza moderna.
9 settembre 2025
Il libro di Tommaso Giacalone-Monaco è un'analisi della vita e del pensiero di Antoine Augustin Cournot, matematico, filosofo ed economista francese del XIX secolo. L'opera, che ha un carattere biografico-aneddottico, si concentra sul contributo di Cournot all'economia, in particolare sulla sua figura di pioniere dell'applicazione della matematica alle teorie economiche. Il suo lavoro più noto in questo campo è "Recherches sur les principes mathématiques de la théorie des richesses" (1838), considerato una pietra miliare nello sviluppo della microeconomia.
Tuttavia, l'obiettivo principale dell'autore non è tanto quello di analizzare a fondo il pensiero di Cournot, ma piuttosto di mettere in luce la personalità dell’economista anche con il racconto di alcuni aneddoti della sua vita. “Fra gli aneddoti citati dal Giacalone, alcuni illuminano in modo vivace o toccante la figura di Cournot, come ad esempio il suo souvenir della visita a Roma o quello nel quale l'economista prende lo spunto dalla messa al macero di un rilevante numero di copie delle sue opere per illustrare le caratteristiche del mercato librario!” (Duchini, 1960).
Giacalone-Monaco, Tommaso. Antonio Agostino Cournot l’uomo e l’economista. Padova: CEDAM, 1956
Adet. Giornale Degli Economisti e Annali Di Economia 15, no. 11/12 (1956): 623–623
Duchini, F. Rivista Internazionale Di Scienze Sociali 31 (Anno 68), no. 5 (1960): 491–92
In occasione dell'ottantesimo anniversario della Liberazione, una selezione di alcuni volumi del catalogo "Bigiavi"
Saggio pubblicato nel 1969 a cura della deputazione Emilia-Romagna per la storia della Resistenza e della guerra di Liberazione. Comprende numerose riproduzioni di manifesti e documenti.
Il volume contiene anche il primo manifesto del Sindaco Giuseppe Dozza.
La storia della 63a brigata "Bolero", "in larga parte la vita e la morte del suo comando di brigata, più volte distrutto e sempre risorto con più tenacia e risolutezza nel combattere la lotta antifascista".
Il libro, che contiene molte immagini e quattro disegni di Mario Nanni, è uscito nel 1965 per le Edizioni Alfa di via Santo Stefano 13.
Porta Lame nell'inverno 1944-45.
Il bombardamento di Bologna del 25 settembre 1943. Il volume fa parte della collana "Il servitor di piazza. Storia, costumi e tradizioni".
Tra i capitoli più interessanti di questo saggio del 1965: "Pulsate et aperietur vobis: memorie dalle case italiane ove si parlava forestiero". "Se (...) organizzazioni vere e proprie per favorire la fuga ai prigionieri alleati dai campi di concentramento non esistevano (...) ne furono create appositamente per assisterli e porgere loro tutto l'aiuto possibile."
Didascalia originale: "Le prime lusinghe naziste per indurre gli italiani a denunciare i prigionieri alleati. A Modena il manifesto comparve nella prima metà del settembre 1943".
"Il movimento di Liberazione a Ravenna", a cura di Luciano Casali. Pubblicato sotto l'egida del Comitato per le Celebrazioni del XX annuale della Resistenza Ravenna.
Giornali clandestini stampati nella provincia di Ravenna.
Tra i contributi di questa raccolta di saggi del 1976: "L'attività economica del CLN", "La liberazione del forlivese", "La repubblica di Montefiorino".
Questo volume del 1995 si distingue per "l'apertura della ricerca alle nuove tematiche del sociale e del vissuto quotidiano" e per il conseguente ampliamento dell'apparato documentario.
Una pubblicazione dell'ANPI in occasione del sessantennale.
Bologna 26 luglio 1943. I cittadini bruciano le foto del dittatore davanti al Palazzo del Podestà.
Un volume del 1957 sulla lotta sostenuta dalla 28a Brigata Garibaldi per la liberazione di Ravenna.
Dedica e citazioni per il libro di Guido Nozzoli uscito nel 1957 per Editori Riuniti.
Una rassegna di alcuni titoli dell'autore del Manifesto di Ventotene posseduti dalla "Bigiavi"
1957. Spinelli, che è tra i più convinti e preparati assertori dell'idea di un'Europa federata, traccia, in questo volumetto della « Clandestina », le possibili linee — politiche, economiche, giuridiche, sociali — del futuro volto degli Stati Uniti d'Europa.
"La collana la chiamiamo "Clandestina" perché a niente, come a ciò che è libero e spregiudicato, il mondo odierno minaccia vita difficile, clandestina insomma".
1960. Questo libretto non è stato scritto per compiacere questa o quella corrente politica prevalenti nel mondo. Esso è più severo verso quella cui mi sento legato ed al cui successo vorrei contribuire, ma mipermetto di dire, come lo storico Dahlmann, che "lo mando nel mondo con la speranza che dispiaccia a tutte le sette politiche". (dalla Prefazione)
1965. Il libro analizza il funzionamento pratico delle Comunità europee, prestando particolare attenzione alle relazioni sociali e politiche tra l'amministrazione europea a Bruxelles e i centri di potere negli Stati membri.
1968. "I capitoli di questo libro trattano di alcune cose accadutemi, viste, sentite o meditate durante la mia prigionia politica" (dall'Introduzione).
1983. E' assai probabile che la mia età avanzata non mi consentirà di accompagnare ancora per molto tempo questa azione. Ma quando rifletto che oggi il primo, Parlamento europeo eletto sarebbe assai diversa cosa da quel che è, se non avesse assunto il ruolo costituente di cui vi ho parlato, e quando penso che tutta la mia ormai lunga vita di partigiano europeo è sboccata questa azione, non posso fare a meno di mormorare e me stesso con una tal fierezza le parole di San Paolo: bonum certamen certavi, cursum consummavi.
1985. Due saggi — Gli Stati Uniti d'Europa e le varie tendenze politiche, e Politica marxista e politica federalista — insieme al Manifesto, costituiscono il nucleo centrale del progetto europeo di Spinelli. Questo si è via via arricchito con nuove riflessioni sulla natura delle costituzioni federali, sui tentativi di realizzare l'unità europea, sul ruolo del Movimento Federalista Europeo nella battaglia per l'unificazione del vecchio continente.
1989. Come ha osservato Norberto Bobbio nel suo saggio «Il federalismo nel dibattito politico e culturale della Resistenza», ciò che distingue in modo nettissimo l'approccio di Spinelli al federalismo europeo è l'impegno a trasferire l'idea della federazione europea sul terreno dell'azione, a trasformarla, cioè, in azione politica.
1989. Altiero Spinelli dedicò la sua vita alla causa dell'unità europea, documentando la sua lotta dal 1948 al 1969 in un diario. Questo volume raccoglie le sue esperienze, incontri e riflessioni durante i momenti più difficili della battaglia per un'Europa unita. Ne seguono altri due, che raccontano gli anni 1970-1976 e 1976-1986.
1996. Nel settembre 1944 Spinelli rientrò in Italia dalla Svizzera aggregandosi al gruppo dirigente milanese del Partito d'azione; dai documenti politici, dagli articoli e anche dalle lettere a Ernesto Rossi ritrovati da Graglia emerge il ruolo fondamentale giocato da Spinelli e dalla sua visione federale e transnazionale nell'elaborazione delle posizioni dell'azionismo "di sinistra".
2004. L'evoluzione dell'idea di un'Europa unita, dal celebre Manifesto di Ventotene fino all'espansione dell'Unione Europea a 25 membri. Il volume comprende, tral'altro, un contributo di Norberto Bobbio, la postfazione di Romano Prodi e l'intervista a Spinelli di Sonia Schmidt.