Nelle collezioni della biblioteca, editoria d'altri tempi e letture ancora attuali.
Pubblicato il 27 gennaio 2026
La collana “Vinti e vincitori”, pubblicata da Bompiani tra il 1945 e il 1958, rappresenta una testimonianza preziosa del fermento culturale che accompagnò la ricostruzione dell’Italia e l’apertura verso il mondo. Nata in un contesto di profonde trasformazioni politiche e sociali, la serie raccoglie saggi e reportage dedicati alle grandi questioni internazionali emerse dopo la Seconda guerra mondiale: la ridefinizione dei rapporti di forza tra nazioni, la nascita della Guerra Fredda, le sfide economiche e ideologiche di un’epoca segnata da contrasti e speranze.
Attraverso le voci di autori italiani e stranieri come Alberto Moravia, Arnold Toynbee, John Gunther e Lin Yutang, la collana offrì al pubblico strumenti di comprensione critica, coniugando rigore analitico e chiarezza divulgativa. Il progetto editoriale di Bompiani rispondeva all’esigenza di democratizzare la conoscenza, proponendo volumi accessibili che favorissero la formazione di una coscienza civile e internazionale. “Vinti e vincitori” non fu soltanto un’iniziativa editoriale, ma un ponte tra giornalismo, saggistica e letteratura, capace di stimolare il dibattito culturale e di accompagnare il Paese nella costruzione di una nuova identità democratica. (27 gennaio)
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“𝘊𝘢𝘯𝘵𝘰𝘯, 𝘨𝘪𝘶𝘨𝘯𝘰 1966
𝘚𝘰𝘯𝘰 𝘢 𝘊𝘢𝘯𝘵𝘰𝘯 𝘥𝘢 𝘱𝘰𝘤𝘩𝘦 𝘰𝘳𝘦: 𝘦̀ 𝘪𝘭 𝘤𝘳𝘦𝘱𝘶𝘴𝘤𝘰𝘭𝘰 𝘥𝘪 𝘶𝘯𝘢 𝘴𝘵𝘢𝘨𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘮𝘰𝘭𝘵𝘰 𝘴𝘪𝘮𝘪𝘭𝘦 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘱𝘳𝘪𝘮𝘢𝘷𝘦𝘳𝘢 𝘴𝘪𝘤𝘪𝘭𝘪𝘢𝘯𝘢, 𝘶𝘮𝘪𝘥𝘢, 𝘤𝘢𝘭𝘥𝘢 𝘦 𝘱𝘳𝘰𝘧𝘶𝘮𝘢𝘵𝘢 𝘥𝘪 𝘨𝘦𝘭𝘴𝘰𝘮𝘪𝘯𝘰 𝘦 𝘥𝘪 𝘢𝘤𝘢𝘤𝘪𝘢. 𝘗𝘢𝘴𝘴𝘦𝘨𝘨𝘪𝘰 𝘭𝘶𝘯𝘨𝘰 𝘪𝘭 𝘧𝘪𝘶𝘮𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘗𝘦𝘳𝘭𝘦 𝘰𝘴𝘴𝘦𝘳𝘷𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘭𝘦 𝘮𝘢𝘯𝘰𝘷𝘳𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘨𝘪𝘶𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘳𝘪𝘦𝘯𝘵𝘳𝘢𝘯𝘰 𝘴𝘪𝘭𝘦𝘯𝘻𝘪𝘰𝘴𝘦 𝘥𝘢𝘪 𝘱𝘪𝘤𝘤𝘰𝘭𝘪 𝘤𝘰𝘮𝘮𝘦𝘳𝘤𝘪 𝘯𝘦𝘪 𝘷𝘪𝘭𝘭𝘢𝘨𝘨𝘪 𝘴𝘶𝘭𝘭𝘦 𝘴𝘱𝘰𝘯𝘥𝘦 𝘷𝘦𝘳𝘴𝘰 𝘯𝘰𝘳𝘥 𝘦 𝘭𝘢𝘴𝘤𝘪𝘢𝘯𝘰 𝘤𝘢𝘥𝘦𝘳𝘦 𝘥𝘪 𝘤𝘰𝘭𝘱𝘰 𝘭𝘢 𝘨𝘳𝘢𝘯𝘥𝘦 𝘷𝘦𝘭𝘢 𝘢 𝘧𝘰𝘳𝘮𝘢 𝘥’𝘢𝘭𝘢 𝘥𝘪 𝘱𝘪𝘱𝘪𝘴𝘵𝘳𝘦𝘭𝘭𝘰. 𝘋𝘦𝘯𝘵𝘳𝘰 𝘭𝘦 𝘨𝘪𝘶𝘯𝘤𝘩𝘦, 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘭𝘶𝘤𝘦 𝘥𝘪 𝘭𝘶𝘮𝘪𝘯𝘪 𝘢 𝘰𝘭𝘪𝘰 𝘰 𝘥𝘪 𝘭𝘢𝘮𝘱𝘢𝘥𝘦 𝘢𝘭 𝘤𝘢𝘳𝘣𝘶𝘳𝘰, 𝘥𝘰𝘯𝘯𝘦 𝘢𝘤𝘤𝘰𝘷𝘢𝘤𝘤𝘪𝘢𝘵𝘦 𝘦 𝘣𝘢𝘮𝘣𝘪𝘯𝘪 𝘢𝘨𝘪𝘵𝘢𝘯𝘰 𝘣𝘢𝘤𝘤𝘩𝘦𝘵𝘵𝘪𝘯𝘦 𝘥𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘤𝘪𝘰𝘵𝘰𝘭𝘢 𝘥𝘪 𝘳𝘪𝘴𝘰 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘣𝘰𝘤𝘤𝘢 𝘤𝘰𝘯 𝘭𝘢 𝘳𝘢𝘱𝘪𝘥𝘪𝘵𝘢̀ 𝘦 𝘭𝘢 𝘧𝘳𝘦𝘯𝘦𝘴𝘪𝘢 𝘥𝘪 𝘪𝘯𝘴𝘦𝘵𝘵𝘪 𝘦 𝘧𝘢𝘳𝘧𝘢𝘭𝘭𝘦. 𝘈 𝘱𝘰𝘱𝘱𝘢 𝘶𝘯 𝘶𝘰𝘮𝘰 𝘦 𝘶𝘯𝘢 𝘳𝘢𝘨𝘢𝘻𝘻𝘢 𝘥𝘢𝘪 𝘭𝘶𝘯𝘨𝘩𝘪 𝘤𝘢𝘱𝘦𝘭𝘭𝘪 𝘴𝘤𝘪𝘰𝘭𝘵𝘪, 𝘷𝘦𝘴𝘵𝘪𝘵𝘢 𝘥𝘪 𝘶𝘯 𝘱𝘪𝘨𝘪𝘢𝘮𝘢 𝘯𝘦𝘳𝘰 𝘦 𝘭𝘶𝘤𝘪𝘥𝘰, 𝘭𝘢 𝘱𝘢𝘨𝘰𝘥𝘪𝘯𝘢 𝘥𝘪 𝘱𝘢𝘨𝘭𝘪𝘢 𝘢𝘣𝘣𝘢𝘯𝘥𝘰𝘯𝘢𝘵𝘢 𝘴𝘶𝘭𝘭𝘢 𝘴𝘤𝘩𝘪𝘦𝘯𝘢, 𝘮𝘶𝘰𝘷𝘰𝘯𝘰 𝘭𝘦𝘯𝘵𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘪𝘭 𝘨𝘳𝘢𝘯𝘥𝘦 𝘳𝘦𝘮𝘰 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘮𝘢𝘯𝘪𝘦𝘳𝘢 𝘥𝘦𝘪 𝘨𝘰𝘯𝘥𝘰𝘭𝘪𝘦𝘳𝘪 𝘷𝘦𝘯𝘦𝘻𝘪𝘢𝘯𝘪.”
Inizia così 𝗖𝗮𝗿𝗮 𝗖𝗶𝗻𝗮, di Goffredo Parise, pubblicato dall’editore Longanesi nel 1967 che raccoglie un insieme di articoli scritti per il Corriere della Sera: brevi 𝗿𝗲𝗽𝗼𝗿𝘁𝗮𝗴𝗲𝘀 𝗱𝗲𝗹 𝘃𝗶𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗮𝘂𝘁𝗼𝗿𝗲 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗖𝗶𝗻𝗮 𝗺𝗮𝗼𝗶𝘀𝘁𝗮 𝗻𝗲𝗴𝗹𝗶 𝗮𝗻𝗻𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗥𝗶𝘃𝗼𝗹𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗰𝘂𝗹𝘁𝘂𝗿𝗮𝗹𝗲. L’opera si colloca a metà tra diario di viaggio, saggio politico e riflessione morale.
Parise invita a superare i pregiudizi occidentali per comprendere una realtà radicalmente diversa, cogliendone l’essenza nel li, lo “stile” intimo del popolo cinese, soprattutto delle donne. Un paese povero ma dignitoso, profondamente permeato dall’ideologia socialista, che investe ogni aspetto della vita collettiva a scapito della libertà individuale. L’autore vicentino osserva la società cinese con uno sguardo volutamente anti-ideologico: più che analizzare i meccanismi del potere, si concentra sulla vita quotidiana, sui volti, sui gesti e sul linguaggio delle persone comuni. Ne emerge 𝘂𝗻 𝗿𝗶𝘁𝗿𝗮𝘁𝘁𝗼 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗻𝘇𝗶𝗮𝗹𝗲 𝗲 𝘀𝗽𝗼𝗴𝗹𝗶𝗼 𝗱𝗶 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗶𝘃𝗶𝗹𝘁𝗮̀ 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗲𝗽𝗶𝘁𝗮 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗽𝗿𝗼𝗳𝗼𝗻𝗱𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗿𝘀𝗮 𝗱𝗮𝗹𝗹’𝗢𝗰𝗰𝗶𝗱𝗲𝗻𝘁𝗲, 𝘀𝗲𝗴𝗻𝗮𝘁𝗮 𝗱𝗮 𝘂𝗻 𝗳𝗼𝗿𝘁𝗲 𝘀𝗲𝗻𝘀𝗼 𝗰𝗼𝗹𝗹𝗲𝘁𝘁𝗶𝘃𝗼, 𝗱𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝗱𝗶𝘀𝗰𝗶𝗽𝗹𝗶𝗻𝗮 𝗮𝘂𝘀𝘁𝗲𝗿𝗮 𝗲 𝗱𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝗿𝗶𝗱𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗿𝗮𝗱𝗶𝗰𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗶 𝗯𝗶𝘀𝗼𝗴𝗻𝗶 𝗶𝗻𝗱𝗶𝘃𝗶𝗱𝘂𝗮𝗹𝗶. I vari capitoli non sono caratterizzati da un approccio turistico o meramente teorico, ma da un atteggiamento critico e insieme affascinato. Parise evita sia l’entusiasmo propagandistico sia la condanna pregiudiziale, 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗿𝗼𝗴𝗮𝗻𝗱𝗼𝘀𝗶 𝗽𝗶𝘂𝘁𝘁𝗼𝘀𝘁𝗼 𝘀𝘂𝗹 𝗿𝗮𝗽𝗽𝗼𝗿𝘁𝗼 𝘁𝗿𝗮 𝗶𝗻𝗱𝗶𝘃𝗶𝗱𝘂𝗼 𝗲 𝗶𝗱𝗲𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗮, 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝘁𝗮̀ 𝗲 𝘂𝗴𝘂𝗮𝗴𝗹𝗶𝗮𝗻𝘇𝗮. 𝗖𝗮𝗿𝗮 𝗖𝗶𝗻𝗮 diventa così una riflessione più ampia sulla modernità, sul destino delle società di massa e sulla possibilità – o impossibilità – di una felicità collettiva imposta dall’alto.
15 gennaio 2026
Una lista di titoli presenti in biblioteca e pubblicati nel 2025
𝗣𝗶𝘃𝗮𝗻𝗼, 𝗙𝗲𝗿𝗻𝗮𝗻𝗱𝗮, 𝘼𝙢𝙚𝙧𝙞𝙘𝙖 𝙧𝙤𝙨𝙨𝙖 𝙚 𝙣𝙚𝙧𝙖, Firenze, 1964
Opera densa e appassionata che raccoglie cinque anni di osservazione critica, 𝘼𝙢𝙚𝙧𝙞𝙘𝙖 𝙧𝙤𝙨𝙨𝙖 𝙚 𝙣𝙚𝙧𝙖 mette a fuoco, attraverso lo sguardo di Fernanda Pivano, il paradosso centrale della civiltà americana, ossia il conflitto tra l’ideale egualitario jeffersoniano e la realtà di una società industriale e capitalistica dominata dal conformismo. Attraverso brevi saggi biografici e ritratti letterari, l’autrice ricostruisce il modo in cui 𝗠𝗲𝗹𝘃𝗶𝗹𝗹𝗲, 𝗗𝗼𝘀 𝗣𝗮𝘀𝘀𝗼𝘀, 𝗘𝗹𝗶𝗼𝘁, 𝗙𝗮𝘂𝗹𝗸𝗻𝗲𝗿, 𝗦𝘁𝗲𝗶𝗻𝗯𝗲𝗰𝗸, 𝗙𝗶𝘁𝘇𝗴𝗲𝗿𝗮𝗹𝗱, 𝗛𝗲𝗺𝗶𝗻𝗴𝘄𝗮𝘆 e altri hanno interrogato e denunciato le contraddizioni sociali, razziali ed economiche degli Stati Uniti. Particolarmente efficace risulta l’accostamento costante tra testi e contesto sociale, grazie al quale la Pivano mette in luce l’interdipendenza tra produzione letteraria e costume, privilegiando una prospettiva critica di matrice biografico-sociologica.
Il volume alterna così passaggi di acuta analisi a tocchi di humour critico che ne alleggeriscono la lettura senza comprometterne il rigore; e se talvolta appare meno sistematico nelle conclusioni teoriche, compensa ampiamente con la vivacità delle istantanee e con la solida competenza filologica dell’autrice. Ne risulta uno strumento prezioso per studiosi e studenti, capace di offrire 𝘂𝗻𝗮 𝗺𝗮𝗽𝗽𝗮 𝗰𝗿𝗶𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗹𝗲𝘁𝘁𝗲𝗿𝗮𝘁𝘂𝗿𝗮 𝗮𝗺𝗲𝗿𝗶𝗰𝗮𝗻𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗼 𝗡𝗼𝘃𝗲𝗰𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝘀𝗲𝗰𝗼𝗻𝗱𝗼 𝗱𝗼𝗽𝗼𝗴𝘂𝗲𝗿𝗿𝗮 e, al tempo stesso, 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗵𝗶𝗮𝘃𝗲 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗽𝗿𝗲𝘁𝗮𝘁𝗶𝘃𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗔𝗺𝗲𝗿𝗶𝗰𝗮 “𝗿𝗼𝘀𝘀𝗮 𝗲 𝗻𝗲𝗿𝗮” 𝗮𝗻𝗰𝗼𝗿𝗮 𝘀𝗼𝗿𝗽𝗿𝗲𝗻𝗱𝗲𝗻𝘁𝗲𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗮𝘁𝘁𝘂𝗮𝗹𝗲. (8 gennaio 2026)
Nel 1876 la Harper & Brothers di New York pubblica "Robinson Crusoe’s Money; or, The Remarkable Financial Fortunes and Misfortunes of a Remote Island Community", saggio dell’economista e divulgatore David Ames Wells (1828 1898). L’opera si distingue in primo luogo per l’originalità metodologica: attraverso una costruzione narrativa ispirata al celebre personaggio di Daniel Defoe, Wells affronta questioni centrali di economia politica, quali la natura della moneta, il concetto di valore e le dinamiche dello scambio.
Il nucleo teorico del testo si fonda su una metafora esplicativa: Robinson Crusoe, abbandonato su un’isola deserta, è costretto a organizzare le proprie risorse per garantirsi la sopravvivenza. Da questa situazione immaginata, l’autore deduce i principi fondamentali dell’attività economica, mostrando come il valore non risieda nel denaro in quanto tale, bensì nella capacità di generare beni e servizi utili. La moneta, in questa prospettiva, è concepita come mero strumento di misura e di intermediazione, privo di valore intrinseco se non rapportato alla produzione reale.
Pur adottando un linguaggio chiaro e divulgativo, Wells affronta tematiche di rilievo teorico quali il rapporto tra capitale e lavoro, la funzione del credito e il ruolo delle istituzioni finanziarie, mantenendo costantemente il riferimento alla costruzione narrativa del romanzo di Defoe. Tale approccio consente di rendere accessibili concetti complessi, senza rinunciare alla coerenza analitica.
Collocato nel contesto delle profonde trasformazioni economiche e industriali della seconda metà dell’Ottocento, il saggio assume un valore che trascende la contingenza storica. Esso sollecita una riflessione critica sul significato autentico di ricchezza, sull’importanza della produzione rispetto alla speculazione e sul rischio insito nell’identificazione della prosperità con la mera accumulazione monetaria. (16 dicembre 2025)
L'esemplare posseduto dalla biblioteca è il reprint del 1969, edito da Greenwood Press.
... mette a disposizione l'ebook open access, in diversi formati.
Pubblicata all’inizio degli anni Cinquanta e nata da un ciclo di lezioni, "Breve storia dell’economia: dalla comunità primitiva al capitalismo moderno" di Jürgen Kuczynski si inserisce nella temperie della Repubblica Democratica Tedesca del dopoguerra, quando alla storia economica si attribuisce un compito formativo e civile: chiarire le “leggi” dello sviluppo per orientare decisioni in un presente segnato da ricostruzione e conflitti geopolitici. Fin dall’incipit l'autore rivendica l’utilità dello studio “a grandi linee” dell’economia dall’origine al presente. Premesso ciò, Kuczynski adotta una periodizzazione di matrice storico‑materialista che - nel solco dall’antropologo Lewis Henry Morgan e di Friedrich Engels - distingue comunità primitiva, schiavismo, feudalesimo e capitalismo, prefigurandone il superamento socialista; le citazioni programmatiche da Stalin sui rapporti tra forze produttive e rapporti di produzione definiscono l’orizzonte teorico e pedagogico. L’introduzione salda la storia universale alla specificità tedesca: il reinserimento nella comunità dei popoli viene misurato dalla forza del movimento progressista e dalla battaglia per una Germania unita e democratica, così che la lunga durata diventa criterio per valutare un presente ancora in bilico. La narrazione insiste sulla contrazione dei tempi storici e sull’accelerazione del cambiamento: dall’evoluzione della tecnica (dalla prima ascia di Abbeville a quella di Saint‑Acheul) ai mutamenti agricoli degli ultimi due secoli, gli esempi illustrano come la crescita delle forze produttive imponga transizioni di sistema sempre più rapide. In questo quadro il capitalismo è presentato come ultima figura della “civiltà” fondata sull’appropriazione del plusprodotto, destinata a cedere il passo a rapporti cooperativi e pianificati orientati all’uguaglianza sostanziale. Il presente viene così letto come soglia di un “nuovo sviluppo” inaugurato nel 1917: il socialismo, inteso come economia non sfruttatrice, alla cui costruzione partecipano centinaia di milioni di persone nell’Unione Sovietica, in Cina, nei paesi di democrazia popolare e nella DDR. (5 dicembre 2025)
La traduzione italiana di “Off limits für das Gewissen”, pubblicata da Einaudi nel 1962, affronta la questione dell’impatto psicologico e morale delle armi nucleari non solo sulle vittime, ma anche su coloro che le progettano, le impiegano o ne accettano l’uso. Dal 1945, la letteratura scientifica ha analizzato in modo minuzioso gli effetti fisici delle bombe atomiche, ma ha trascurato un aspetto decisivo: queste armi colpiscono anche la coscienza di chi le maneggia. Non si tratta di danni materiali, bensì di un peso psichico e spirituale che destabilizza individui e società, generando una contraddizione insanabile tra i valori che si intendono difendere e i mezzi scelti per farlo.
Claude Robert Eatherly, pilota coinvolto nella missione di Hiroshima, incarna questa crisi morale. A differenza dei suoi compagni, Eatherly non rimuove il ricordo dell’evento, ma lo vive come colpa, cercando l’espiazione attraverso gesti disperati: invii di denaro alle vittime, tentativi di suicidio, piccoli reati volti ad attirare l’attenzione. La sua vicenda rivela la fragilità di un sistema che celebra l’eroismo bellico e, al contempo, considera follia il pentimento. Mentre Eatherly viene internato e trattato come malato, la società normalizza la corsa agli armamenti, introduce il concetto di “megadeath” e accetta come razionale la minaccia di sterminio di massa.
Nella prefazione all’edizione inglese, Bertrand Russell osserva che il mondo era pronto a onorare Eatherly per la sua partecipazione al massacro, ma quando egli si pentì lo punì, vedendo nel suo rimorso una condanna implicita della follia collettiva. Russell sottolinea che Eatherly fu dichiarato pazzo non per una reale malattia, ma per aver osato risvegliare la coscienza degli uomini. Tale riflessione evidenzia la contraddizione di un’epoca che premia la violenza e marginalizza la responsabilità morale.
In questo contesto, il dialogo tra Eatherly e il filosofo Günther Anders assume un valore straordinario. Dove falliscono le terapie mediche, la riflessione etica e il confronto intellettuale restituiscono senso e speranza. Anders interpreta il dramma individuale come sintomo di una malattia collettiva: la follia atomica elevata a ragione di Stato. Il carteggio diventa così un atto di resistenza morale, capace di illuminare la condizione di una società che ha smarrito i propri fondamenti etici.
Pubblicato nel 1930 dalla Libreria editrice Grazzini di Pistoia, "Donne luce d’Italia" è un’opera in un certo senso pionieristica, che offre un ampio panorama della letteratura femminile italiana contemporanea raccogliendo i profili di cinquecento autrici, dalle più celebri alle meno note. Il libro nasce da un intento dichiaratamente affettuoso e militante: rendere visibile e riconoscere il valore delle donne che scrivono, in un’epoca in cui la loro voce è spesso marginalizzata o ignorata. Gastaldi si pone come fratello e alleato, scegliendo di includere nella rassegna anche le scrittrici meno affermate per dare loro spazio e dignità, convinto che ogni contributo, anche il più umile, concorra alla costruzione di un mondo letterario ricco e variegato. L’opera si articola in due parti: la prima dedicata a nove figure rappresentative, la seconda come resoconto più ampio e sistematico dell’attività letteraria femminile. La prefazione, appassionata e ironica, difende con forza il “fenomeno scrittrice” contro le critiche superficiali e le negazioni ideologiche, sottolineando le difficoltà materiali e morali che le donne affrontano per scrivere, spesso in condizioni di doppia vita tra impegni domestici e aspirazioni artistiche. Come osserva Gastaldi, «le donne che scrivono hanno una duplice vita: perché quella della donna (moglie, madre, massaia) ne cela un’altra: quella dell’artista! Due donne in una, e si tiranneggiano reciprocamente». L'autore dedica ampio spazio anche al teatro, rivendicando la capacità delle donne di affrontare con sensibilità e coraggio un genere tradizionalmente dominato dagli uomini. Con uno stile diretto e coinvolgente, l’autore costruisce un’opera che è insieme saggio critico, documento storico e gesto di solidarietà culturale: «Io mi metto con le mie modeste forze, dalla parte della critica costruttiva, non dalla parte della critica negativa. Perché da quella parte c’è più giustizia, più umanità, più bontà, più fede: elementi questi che aiutano a vivere, e a fare». Siamo in Italia, ed è il 1930. (11 novembre 2025)
L’occasione della biografia di Danilo Dolci offre lo spunto per riprendere un’altra opera di Aldo Capitini, particolarmente adatta al sentimento di questi primi giorni di novembre. Si tratta di un saggio che interroga il rapporto tra vita e morte e riflette sul senso di una comunità capace di oltrepassare i confini temporali. Pubblicato nel 1966, il testo introduce la categoria della compresenza: una visione che trasforma la morte da limite invalicabile a varco e ripensa la società come comunità aperta, inclusiva, orientata alla giustizia, alla nonviolenza e alla produzione di valori.
Capitini smonta il tradizionale culto funebre, spesso ridotto a rituali di separazione, e propone un gesto rivoluzionario: considerare chi è scomparso non come assenza, ma come centro di valore. Da questa prospettiva nasce un atteggiamento attivo, che trasforma il saluto in un atto universale, oltre ogni appartenenza, e apre alla costruzione di una società più giusta e solidale.
Nella seconda parte, l’autore amplia la prospettiva affrontando il tema del ritorno come simbolo di liberazione radicale: non un mito consolatorio, ma un’immagine che richiama la fine di ogni oppressione e l’apertura a una realtà più giusta e inclusiva.
Questo non è un saggio di meditazione religiosa, o almeno non solo: è una proposta di trasformazione civile. Capitini lega la categoria della compresenza alla democrazia aperta e alla nonviolenza, indicando che la lotta contro guerra e oppressione deve accompagnarsi a una rivoluzione interiore, capace di includere tutti.
«Bisogna esprimere costantemente l’opposizione alla realtà che dà la morte, come in politica bisogna essere per la rivoluzione aperta permanente» (op. cit., p.269) [31 ottobre 2025]
Nel 1958, Aldo Capitini, filosofo della nonviolenza e spirito inquieto della democrazia italiana, pubblica un saggio che è molto più di una biografia: è un atto di militanza intellettuale, una dichiarazione di guerra (pacifica) contro l’inerzia istituzionale. Ne è protagonista Danilo Dolci, architetto mancato e costruttore di coscienze, che abbandona il Nord per piantare radici nella Sicilia più dimenticata, quella dei disoccupati, delle strade fangose e delle promesse costituzionali non mantenute.
Dolci non si limita a denunciare: si sporca le mani, letteralmente. Lo “sciopero alla rovescia” è il suo manifesto: insieme a un gruppo di braccianti, sistema una trazzera abbandonata, sfidando lo Stato con vanghe e dignità. Capitini osserva e racconta, con la lucidità di chi sa che la nonviolenza non è passività, ma una forma superiore di resistenza. E quando Dolci afferma che "non assicurare un lavoro a questa gente è un assassinio", il filosofo non si limita a difenderlo: rilancia, spiegando che quelle parole sono "verissime", perché pronunciate da chi ha scavato fino alle radici della miseria.
Il libro è anche un catalogo delle reazioni scomposte del potere: processi, diffamazioni, ritiro del passaporto. Il governo italiano appare più interessato a controllare e colpire chi solleva problemi sociali, piuttosto che affrontare concretamente le condizioni di disagio e ingiustizia denunciate. E così Dolci diventa "sorvegliato speciale", ma non si ferma. Riceve il Premio Lenin per la pace; i fondi vengono interamente destinati alla creazione di un centro studi per la piena occupazione, senza alcun compromesso ideologico o personale, a dimostrazione del fatto che l’impegno sociale può essere sostenuto anche con risorse provenienti da contesti diversi, purché utilizzate con integrità.
Capitini, con stile sobrio e affilato, ci consegna un ritratto che è anche una provocazione: possibile che in un Paese che si proclama fondato sul lavoro, chi lo reclama venga trattato da sovversivo? Il saggio non chiude la parabola di Dolci, ma ne illumina il punto di svolta. Nei decenni successivi, l’attivista continuerà a scavare, non più trazzere ma coscienze, lasciando un’eredità che ancora oggi interroga chi crede che la giustizia sociale sia una questione di metodo, e non di slogan. (27 ottobre 2025)
... nel catalogo della biblioteca "Bigiavi"
Senza dubbio la biografia di riferimento. La biblioteca ne possiede la versione aggiornata al centenario della nascita.
Filosofo, pedagogista e attivista politico, è stato il principale teorico italiano della nonviolenza. Antifascista, fondò il Movimento Nonviolento e promosse una democrazia etica basata sulla partecipazione dal basso, la libertà religiosa e l’obiezione di coscienza.
19 settembre 2025
"Usando la violenza, noi rinneghiamo necessariamente i valori che sono la nostra ragione di vivere e ne ritardiamo indefinitamente la propagazione e la fioritura." Andrea Caffi
Prezzolini così lo descrive:
"Arrivava all'improvviso, non si sapeva da che parte del mondo, con gli abiti sgualciti e l'aria di avere un grande appetito... e scompariva allo stesso modo, senza che si sapesse perché né per dove. Da per tutto portava la sua gentilezza, un'aria d'innocenza, un enorme fascio d'erudizione che slegava e da cui traeva regali a qualunque richiesta..."
Intellettuale poco conosciuto ma centrale nella storia del socialismo italiano e russo, pensatore originale e irriducibile a schemi ideologici precostituiti, la sua originalità stava nel pensiero “socratico”, che privilegiava il dialogo e l’esperienza umana concreta al dogmatismo e ai sistemi teorici. Per i suoi amici, come Chiaromonte, la sua grandezza risiedeva soprattutto nell’essere un uomo giusto e capace di pensare con gli altri e per gli altri.
Il volume "Critica della violenza" di Andrea Caffi, pubblicato per la prima volta nel 1966 da Bompiani, raccoglie saggi scritti dall'autore negli anni '40 che riflettono sulla violenza, in particolare quella cosiddetta "rivoluzionaria", e sui rischi enormi del suo impiego. Caffi analizza la violenza da una prospettiva critica e pacifista, sostenendo che un movimento che voglia assicurare libertà, pace e giustizia non può utilizzare mezzi violenti organizzati come insurrezioni armate, guerre civili o internazionali, dittature o terrore, perché tali mezzi sono inefficaci e conducono a risultati opposti alle finalità desiderate. Egli denuncia come le rivoluzioni violentemente imposte finiscano spesso per produrre nuovi regimi oppressivi, tradendo così le speranze più autentiche dei popoli.
Il libro propone dunque una riflessione sulla nonviolenza come unica strategia coerente per un cambiamento sociale autentico, soprattutto alla luce della capacità di distruzione e dell'orrore della violenza moderna.
9 settembre 2025
Il libro di Tommaso Giacalone-Monaco è un'analisi della vita e del pensiero di Antoine Augustin Cournot, matematico, filosofo ed economista francese del XIX secolo. L'opera, che ha un carattere biografico-aneddottico, si concentra sul contributo di Cournot all'economia, in particolare sulla sua figura di pioniere dell'applicazione della matematica alle teorie economiche. Il suo lavoro più noto in questo campo è "Recherches sur les principes mathématiques de la théorie des richesses" (1838), considerato una pietra miliare nello sviluppo della microeconomia.
Tuttavia, l'obiettivo principale dell'autore non è tanto quello di analizzare a fondo il pensiero di Cournot, ma piuttosto di mettere in luce la personalità dell’economista anche con il racconto di alcuni aneddoti della sua vita. “Fra gli aneddoti citati dal Giacalone, alcuni illuminano in modo vivace o toccante la figura di Cournot, come ad esempio il suo souvenir della visita a Roma o quello nel quale l'economista prende lo spunto dalla messa al macero di un rilevante numero di copie delle sue opere per illustrare le caratteristiche del mercato librario!” (Duchini, 1960).
Giacalone-Monaco, Tommaso. Antonio Agostino Cournot l’uomo e l’economista. Padova: CEDAM, 1956
Adet. Giornale Degli Economisti e Annali Di Economia 15, no. 11/12 (1956): 623–623
Duchini, F. Rivista Internazionale Di Scienze Sociali 31 (Anno 68), no. 5 (1960): 491–92
In occasione dell'ottantesimo anniversario della Liberazione, una selezione di alcuni volumi del catalogo "Bigiavi"
Saggio pubblicato nel 1969 a cura della deputazione Emilia-Romagna per la storia della Resistenza e della guerra di Liberazione. Comprende numerose riproduzioni di manifesti e documenti.
Il volume contiene anche il primo manifesto del Sindaco Giuseppe Dozza.
La storia della 63a brigata "Bolero", "in larga parte la vita e la morte del suo comando di brigata, più volte distrutto e sempre risorto con più tenacia e risolutezza nel combattere la lotta antifascista".
Il libro, che contiene molte immagini e quattro disegni di Mario Nanni, è uscito nel 1965 per le Edizioni Alfa di via Santo Stefano 13.
Porta Lame nell'inverno 1944-45.
Il bombardamento di Bologna del 25 settembre 1943. Il volume fa parte della collana "Il servitor di piazza. Storia, costumi e tradizioni".
Tra i capitoli più interessanti di questo saggio del 1965: "Pulsate et aperietur vobis: memorie dalle case italiane ove si parlava forestiero". "Se (...) organizzazioni vere e proprie per favorire la fuga ai prigionieri alleati dai campi di concentramento non esistevano (...) ne furono create appositamente per assisterli e porgere loro tutto l'aiuto possibile."
Didascalia originale: "Le prime lusinghe naziste per indurre gli italiani a denunciare i prigionieri alleati. A Modena il manifesto comparve nella prima metà del settembre 1943".
"Il movimento di Liberazione a Ravenna", a cura di Luciano Casali. Pubblicato sotto l'egida del Comitato per le Celebrazioni del XX annuale della Resistenza Ravenna.
Giornali clandestini stampati nella provincia di Ravenna.
Tra i contributi di questa raccolta di saggi del 1976: "L'attività economica del CLN", "La liberazione del forlivese", "La repubblica di Montefiorino".
Questo volume del 1995 si distingue per "l'apertura della ricerca alle nuove tematiche del sociale e del vissuto quotidiano" e per il conseguente ampliamento dell'apparato documentario.
Una pubblicazione dell'ANPI in occasione del sessantennale.
Bologna 26 luglio 1943. I cittadini bruciano le foto del dittatore davanti al Palazzo del Podestà.
Un volume del 1957 sulla lotta sostenuta dalla 28a Brigata Garibaldi per la liberazione di Ravenna.
Dedica e citazioni per il libro di Guido Nozzoli uscito nel 1957 per Editori Riuniti.
Una rassegna di alcuni titoli dell'autore del Manifesto di Ventotene posseduti dalla "Bigiavi"
1957. Spinelli, che è tra i più convinti e preparati assertori dell'idea di un'Europa federata, traccia, in questo volumetto della « Clandestina », le possibili linee — politiche, economiche, giuridiche, sociali — del futuro volto degli Stati Uniti d'Europa.
"La collana la chiamiamo "Clandestina" perché a niente, come a ciò che è libero e spregiudicato, il mondo odierno minaccia vita difficile, clandestina insomma".
1960. Questo libretto non è stato scritto per compiacere questa o quella corrente politica prevalenti nel mondo. Esso è più severo verso quella cui mi sento legato ed al cui successo vorrei contribuire, ma mipermetto di dire, come lo storico Dahlmann, che "lo mando nel mondo con la speranza che dispiaccia a tutte le sette politiche". (dalla Prefazione)
1965. Il libro analizza il funzionamento pratico delle Comunità europee, prestando particolare attenzione alle relazioni sociali e politiche tra l'amministrazione europea a Bruxelles e i centri di potere negli Stati membri.
1968. "I capitoli di questo libro trattano di alcune cose accadutemi, viste, sentite o meditate durante la mia prigionia politica" (dall'Introduzione).
1983. E' assai probabile che la mia età avanzata non mi consentirà di accompagnare ancora per molto tempo questa azione. Ma quando rifletto che oggi il primo, Parlamento europeo eletto sarebbe assai diversa cosa da quel che è, se non avesse assunto il ruolo costituente di cui vi ho parlato, e quando penso che tutta la mia ormai lunga vita di partigiano europeo è sboccata questa azione, non posso fare a meno di mormorare e me stesso con una tal fierezza le parole di San Paolo: bonum certamen certavi, cursum consummavi.
1985. Due saggi — Gli Stati Uniti d'Europa e le varie tendenze politiche, e Politica marxista e politica federalista — insieme al Manifesto, costituiscono il nucleo centrale del progetto europeo di Spinelli. Questo si è via via arricchito con nuove riflessioni sulla natura delle costituzioni federali, sui tentativi di realizzare l'unità europea, sul ruolo del Movimento Federalista Europeo nella battaglia per l'unificazione del vecchio continente.
1989. Come ha osservato Norberto Bobbio nel suo saggio «Il federalismo nel dibattito politico e culturale della Resistenza», ciò che distingue in modo nettissimo l'approccio di Spinelli al federalismo europeo è l'impegno a trasferire l'idea della federazione europea sul terreno dell'azione, a trasformarla, cioè, in azione politica.
1989. Altiero Spinelli dedicò la sua vita alla causa dell'unità europea, documentando la sua lotta dal 1948 al 1969 in un diario. Questo volume raccoglie le sue esperienze, incontri e riflessioni durante i momenti più difficili della battaglia per un'Europa unita. Ne seguono altri due, che raccontano gli anni 1970-1976 e 1976-1986.
1996. Nel settembre 1944 Spinelli rientrò in Italia dalla Svizzera aggregandosi al gruppo dirigente milanese del Partito d'azione; dai documenti politici, dagli articoli e anche dalle lettere a Ernesto Rossi ritrovati da Graglia emerge il ruolo fondamentale giocato da Spinelli e dalla sua visione federale e transnazionale nell'elaborazione delle posizioni dell'azionismo "di sinistra".
2004. L'evoluzione dell'idea di un'Europa unita, dal celebre Manifesto di Ventotene fino all'espansione dell'Unione Europea a 25 membri. Il volume comprende, tral'altro, un contributo di Norberto Bobbio, la postfazione di Romano Prodi e l'intervista a Spinelli di Sonia Schmidt.