Nelle collezioni della biblioteca, editoria d'altri tempi e letture ancora attuali.
Pubblicato il 13 aprile 2026
Pubblicata nel 1876, l'opera "Sorveglianti e sorvegliati" di Paolo Locatelli costituisce la sintesi di quattordici anni di esperienza diretta maturata dall'autore nei ranghi della Pubblica sicurezza a Milano. La riflessione muove dal rilievo che la polizia rappresenti il comparto statale più negletto e meno compreso, vittima di un pregiudizio che condanna i funzionari a una forma di isolamento sociale. Al fine di rimediare a questo scenario, Locatelli auspica uno studio scientifico delle "classi pericolose" e un agire improntato alla massima trasparenza, necessaria per fugare i sospetti della cittadinanza circa l'esistenza di "misteri celati".
Nel primo capitolo, l'autore sviluppa una disamina critica dell'apparato poliziesco italiano post-unitario, denunciando i limiti del modello napoleonico-francese. Tale sistema, caratterizzato da un rigido accentramento, viene descritto come uno strumento di governo spesso estraneo alla tutela della libertà individuale. In antitesi, Locatelli esalta il modello anglosassone, fondato sulla responsabilità personale degli agenti e capace di armonizzare il rispetto della legalità con i costumi sociali del territorio.
L'analisi sistematica dell'opera si articola attraverso lo studio delle diverse categorie di soggetti sottoposti a vigilanza, che riflettono la stratificazione delle classi marginali dell'Ottocento. Oltre ai delinquenti abituali e ai complici (manutengoli), l'indagine comprende figure caratterizzate da precarietà economica e sociale, quali oziosi, vagabondi e mendicanti, includendo il ricovero coattivo dei minori. La sorveglianza si estende inoltre a prostitute, giuocatori d’azzardo, individui affetti da malattie mentali e ubbriachi abituali, categorie ritenute fonti potenziali di disordine e degrado pubblico.
In tale quadro, Locatelli rigetta fermamente la visione degli operai come "nemici naturali" dell'ordine costituito. Egli sostiene che le classi lavoratrici siano composte da cittadini leali e gelosi della propria dignità, per i quali una sorveglianza molesta e vessatoria risulterebbe controproducente, alimentando inasprimenti sociali anziché coesione. Il senso unitario della trattazione risiede dunque nell'aspirazione a ridefinire la polizia non più come mero braccio repressivo, ma come "forza moderatrice" essenziale al consolidamento dello Stato Costituzionale.
A partire dal 1933 Gertrude Stein - la "madre di tutti noi" che ha segnato l'arte e la scrittura moderna anticipando la contemporaneità di decenni - non è più soltanto la musa che accoglieva l’avanguardia nel suo salotto parigino o che cercava ispirazione tra i boschi di Bilignin. Forte del successo dell’"Autobiografia di Alice B. Toklas", l'icona del Novecento ha deposto il ruolo di silenziosa ispiratrice per rivelarsi una mente analitica e sferzante, decisa a non tacere più su nulla. Con la sicurezza di un’autorità ormai indiscussa, Stein affronta filosofia, cucina e guerra con uno sguardo capace di sezionare la realtà come fosse un reperto clinico. Questa raccolta di saggi, curata da Barbara Lanati nel 1981 per le Edizioni delle donne, ci restituisce una Stein provocatoria, che scrive con un approccio analitico, oggettivo e quasi chirurgico. I capitoli affrontano temi disparati, ma il cuore del volume pulsa attorno a due ossessioni: i soldi e il crimine.
Per la Stein, il romanzo tradizionale è morto perché i suoi eroi non sono più reali per il lettore moderno. Meglio allora un buon giallo, dove il cadavere è una presenza fisica che stimola l'intelligenza di chi indaga. Ma è sul denaro che la sua analisi si fa sferzante: per Gertrude, le radici di "memory" e "money" affondano in un'unica parola: "mind". La gestione della moneta è, di fatto, gestione del pensiero.
Se smettiamo di maneggiare il nostro denaro, lasciando che i governi lo gestiscano per noi, la moneta diventa un'astrazione: si perde il contatto con la realtà e non si capisce più la differenza tra tre dollari e un milione. Per la Stein, questa delega è una forma di schiavitù organizzata che uccide l'individualità. Contro questo sistema, la scrittrice propone una "coltivazione diretta" dell'esistenza, che consiste nel riprendere il controllo totale sulle proprie risorse e sulle proprie idee, evitando che qualcun altro pensi o spenda al nostro posto.
Tra riflessioni sul valore della parola e il racconto del ritorno in un'America meravigliosa ma ormai estranea, l'opera funge da viaggio a ritroso in cui l'autrice esorcizza la fine imminente della vita attraverso una narrazione di sé che sfida le convenzioni accademiche.
"Università nella democrazia – democratizzazione dell’Università” (1967), uno dei tre scritti di Habermas tradotti e raccolti in volume nel 1968 dall’editore De Donato, analizza la crisi delle istituzioni accademiche tedesche durante gli anni della Guerra Fredda e documenta l'urgenza di una riforma radicale nel clima delle proteste studentesche alla Libera Università di Berlino. L'autore si oppone con forza alla trasformazione dell'ateneo in una "azienda di produzione" orientata ai soli bisogni dell'industria, avvertendo che un adattamento totale ai criteri di efficienza tecnica annullerebbe la capacità di riflessione critica della scienza. Secondo Habermas, l'università deve invece mantenere tre funzioni congiunte: la produzione di sapere tecnicamente utilizzabile, la trasmissione delle tradizioni culturali e la formazione della coscienza politica degli studenti.
La democratizzazione, concetto chiave dell’opera, è proposta come unico strumento per salvaguardare l'autonomia della ricerca dalle pressioni esterne dello Stato e del mercato. Habermas suggerisce di superare il potere gerarchico dei professori ordinari a favore di una gestione basata su commissioni paritetiche, dove docenti e studenti possano confrontarsi attraverso una discussione pubblica e razionale. Questo rinnovamento è strettamente legato all'autoriflessione delle scienze, un processo in cui le discipline indagano i propri presupposti e le proprie ricadute sociali, riconnettendo il sapere teorico alla prassi democratica. In questa prospettiva, l'università non è un luogo spoliticizzato, ma uno spazio essenziale per la formazione della volontà democratica, capace di resistere tanto alla deriva tecnocratica quanto all'irrazionalismo dell'azione immediata. Habermas delinea così il modello di un'istituzione che contribuisce attivamente allo sviluppo di una democrazia sociale fondata sullo stato di diritto. (24 marzo 2026)
Pubblicata dall'editore De Donato di Bari a partire dalla fine degli anni Sessanta, mirava - attraverso la divulgazione di testi teorici e interventi militanti - a rappresentare la complessa parabola del pensiero critico di fronte al logoramento delle istituzioni democratiche, analizzando il delicato equilibrio tra lo sviluppo in senso sociale della democrazia e le pericolose spinte verso una regressione autoritaria. Dal punto di vista storico e documentario, questa serie editoriale è stata una testimonianza fondamentale del movimento studentesco.
La raccolta delle opere presenti in biblioteca del filosofo e sociologo tedesco appena scomparso Jürgen Habermas, restituisce un’immagine ricca e stratificata del suo pensiero. I titoli convergono in modo naturale in alcuni filoni tematici ricorrenti.
Il cuore della produzione habermasiana è rappresentato dal progetto dell’"agire comunicativo", documentato nelle diverse edizioni di “Teoria dell’agire comunicativo” (1986, 1987, 1988) e nei volumi complementari “Razionalità nell’azione e razionalizzazione sociale” e “Critica della ragione funzionalistica” (1986, 1987, 1997). A questi si affiancano lavori metodologici come “Agire comunicativo e logica delle scienze sociali” (1980) e “Logica delle scienze sociali” (1970), che testimoniano l’impegno di Habermas nel definire un fondamento epistemologico per le scienze umane.
Un secondo nucleo concerne l’analisi delle istituzioni democratiche e del ruolo dell’opinione pubblica. Ne sono esempi “Storia e critica dell’opinione pubblica” (1977) e “L’università nella democrazia” (1968). In anni più recenti, il focus si amplia all’Europa con “Questa Europa è in crisi” (2012), che riflette sull’integrazione europea e sulle sfide della governance sovranazionale.
Una parte significativa della bibliografia affronta il rapporto tra razionalità moderna, tecnologia e forme di organizzazione sociale: “Teoria e prassi nella società tecnologica” (1969, 1978), “La crisi della razionalità nel capitalismo maturo” (1979) e “La rivoluzione in corso” (1990). Qui emerge il dialogo critico con la tradizione francofortese e con le trasformazioni economiche della tarda modernità.
A questi titoli si aggiungono opere come “Il futuro della natura umana: i rischi di una genetica liberale” (2002), che segnano una svolta verso questioni bioetiche e antropologiche, mostrando la sensibilità di Habermas verso le sfide poste dalle tecnoscienze.
Nel complesso, i volumi presenti nel catalogo della biblioteca restituiscono l’immagine di un pensatore coerente ma in continua evoluzione, capace di attraversare filosofia, politica, sociologia ed etica mantenendo sempre al centro il dialogo, la razionalità e la possibilità di una convivenza democratica. (16 marzo 2026)
Pubblicato nel 1947, il saggio di Siegfried Kracauer “From Caligari to Hitler: a psychological history of the German film” costituisce una pietra miliare nello studio del rapporto tra estetica e società. L'autore vi sostiene che i film prodotti tra il 1918 e il 1933 non sono semplici opere d'arte, ma documenti che espongono le disposizioni psicologiche profonde che hanno influenzato il corso degli eventi e preparato il terreno per l'ascesa del nazismo. Kracauer giustifica il ricorso al cinema evidenziandone la natura di prodotto corale, capace di sopprimere le peculiarità individuali a favore di tratti comuni a una nazione, e la sua abilità nel rivolgersi a una moltitudine anonima intercettandone i desideri collettivi. Attraverso l'indagine di quelli che definisce "geroglifici visibili", ovvero dettagli superficiali che fungono da indizi per processi mentali nascosti, l'opera delinea una vera e propria storia segreta del popolo tedesco.
Particolare rilievo assume l'analisi del periodo definito dello "shock della libertà" (1918-1924), una fase post-bellica in cui il cinema inizia a esplorare l'anima nazionale attraverso atmosfere macabre e sinistre. Il film centrale di questa epoca è “Il gabinetto del dottor Caligari” (Robert Wiene, 1920), considerato l'archetipo di tutta la produzione successiva per la sua capacità di riflettere una mentalità tormentata attraverso uno stile visivo distorto e morboso. In questo contesto di incertezza politica seguito alla fallita rivoluzione del 1918, Kracauer esamina anche opere significative come “Passion” (“Madame DuBarry”, 1919) di Ernst Lubitsch, fondamentale per il riposizionamento del cinema tedesco sul mercato internazionale, e “Destiny” (“Der müde Tod”, 1921) di Fritz Lang.
Queste pellicole testimoniano un percorso psicologico che si snoda tra i temi della tirannia e del caos, evolvendo progressivamente verso una fase di stabilizzazione e, infine, verso la paralisi mentale del periodo pre-hitleriano. L'autore conclude che i fattori economici e politici non sono sufficienti a spiegare il crollo della democrazia di Weimar se non si considera il vuoto psicologico e le pulsioni autoritarie che il medium cinematografico ha saputo registrare con inquietante precisione. (9 marzo 2026)
La collana editoriale dell’editore Lacaita “Briganti e Galantuomini” si proponeva di esplorare la complessa “questione meridionale” attraverso una prospettiva diretta, affidando la parola ai protagonisti stessi di quell'epoca turbolenta. Tra le testimonianze più significative di questo progetto spiccano i volumi dedicati a José Borjès e Carmine Crocco, due figure che incarnano anime diverse e spesso inconciliabili della reazione borbonica nel Mezzogiorno post-unitario.
Il diario di José Borjès, intitolato "La mia vita tra i briganti", ci restituisce l'immagine di un generale spagnolo di grande esperienza militare, inviato dal Comitato Borbonico di Marsiglia con l'ambizioso compito di trasformare le masse disorganizzate di insorti in un vero esercito regolare. Le sue pagine documentano il tentativo di restaurare l'autorità di Francesco II attraverso una strategia politica precisa, che prevedeva l'istituzione di tribunali e il rispetto di una disciplina formale. Tuttavia, emerge con forza l'amarezza di un uomo che si scontra con una realtà locale ben diversa dai propri ideali cavallereschi, arrivando a descrivere con severità la mancanza di orizzonti politici dei capi briganti con cui si trovò a collaborare.
A questa visione "dall'alto" fa da contraltare l'autobiografia di Carmine Crocco, "Come divenni brigante". In quest'opera, il celebre "generale" di Rionero in Vulture racconta il suo percorso di ribellione, nato non da un astratto ideale legittimista, ma da un viscerale spirito di conservazione e dalla reazione contro le ingiustizie sociali subite dalle classi rurali. Crocco descrive una guerriglia fatta di bande mobili e attacchi mirati ai "galantuomini", la nuova classe dirigente percepita come usurpatrice. Il suo racconto è pervaso dal tormento di chi si sente negata ogni possibilità di redenzione e vede nella macchia l'unica via d'uscita contro una repressione spesso inumana e crudele.
Il confronto tra queste due opere mette a nudo un contrasto insanabile. Mentre l'intento di Borjès era promuovere un'azione che riportasse sul trono il sovrano, presentandola come una missione per la legittimità dinastica, Crocco rappresentava la resistenza di un mondo contadino disperato. Questo dissidio ideale e tattico, che portò alla rottura tra i due capi, rimane ancora oggi una chiave di lettura fondamentale per comprendere il fallimento della restaurazione borbonica e le profonde ferite che hanno segnato la nascita dello Stato unitario. (27 febbraio 2026)
Pubblicato nel 1906, "The Moral Damage of War" di Walter Walsh (1857-1931) è un libro ancora in grado di sorprendere. Non un trattato astratto, né l’ennesima invettiva moralistica contro la violenza, bensì un paziente repertorio di fatti, testimonianze, derive collettive: ciò che l’autore definisce - con un’immagine che colpisce - un “arsenale” costruito non per combattere, ma per smontare l’ingranaggio mentale che rende la guerra possibile.
Il punto da cui muove Walsh è semplice e insieme sconfortante: il conflitto armato corrompe la coscienza umana in tutte le sue articolazioni. Nessuna professione, nessun ceto, nessuna tradizione culturale può dirsi immune dalla lenta erosione del senso morale che la guerra inevitabilmente produce. L’autore respinge l’idea, diffusa all’epoca e purtroppo non del tutto estinta, che la crudeltà sia appannaggio di popoli considerati “inferiori”; una comoda illusione, dice, che permette a molte nazioni – soprattutto quelle anglosassoni, oggetto della sua critica più severa – di sottrarsi alle proprie responsabilità etiche. Non esistono popoli “buoni” o “cattivi”: esiste una comune fragilità che il conflitto acuisce fino a trasformarla in barbarie.
Nella prefazione, forse la parte più accorata del volume, Walsh introduce una distinzione che merita ancora oggi qualche riflessione: quella tra motivazioni utilitaristiche e motivazioni religiose della pace. Nessun calcolo politico, nessuna convenienza economica, nessuna razionalità strategica potrà mai estinguere la “maledizione della guerra”. A suo avviso, solo un impulso religioso – inteso non come dogma, ma come tensione morale verso la fraternità e il sacrificio – possiede la forza profetica necessaria a rendere la pace un orizzonte reale. L'autore richiama Walt Whitman: la religione, dice, è l’essenza stessa della vita; senza quella fibra interiore, la solidarietà rimane un auspicio.
Figura eminente del pacifismo scozzese, Walsh consegna così un testo che resta un classico per lucidità e profondità, capace di ricordare che la guerra è, prima ancora che un evento politico, una ferita dell’anima. (20 febbraio 2026)
Ci sono libri che non hanno bisogno di gridare per imporsi, perché bastano la loro naturale eleganza e la calma sicurezza di chi sa ciò che dice. "Al cinema col lapis" di Filippo Sacchi appartiene a questa rara famiglia. Pubblicato molti decenni fa, eppure sorprendentemente attuale, il volume raccoglie una serie di recensioni che sembrano nate non tanto per giudicare un film, quanto per restituirne l’anima, la vibrazione segreta, ciò che resterà nello spettatore più a lungo della trama.
Sacchi osserva il cinema con uno sguardo che oggi diremmo “da umanista prestato allo schermo”. Nei suoi pezzi affiora la capacità, quasi proustiana, di cogliere l’istante rivelatore: un’inclinazione della testa di Ingrid Bergman, un tremito sulla voce di Katharine Hepburn, un gesto troppo insistito che tradisce l’indecisione di un regista. Ogni dettaglio diventa indizio, chiave d’accesso a un mondo che il cinema soltanto sfiora ma che Sacchi rende, con naturalezza, tridimensionale.
La sua scrittura procede con quella miscela di ironia lieve e malinconia assorta che si ritrova nei grandi cronisti del Novecento. Sa essere spietato — come quando smaschera le esitazioni narrative di "Anastasia" o gli eccessi naturalistici di Gervaise — ma non perde mai una sorta di lealtà di fondo nei confronti del film. Anche quando critica, lo fa con la stessa cura con cui si parla a un amico che non vogliamo ferire.
E poi c’è il suo talento più raro: la capacità di trasformare la recensione in racconto. Così, l’apparizione di Marilyn Monroe non è semplice commento critico, ma una piccola epifania mitologica; la figura di Lizzie ne "Il mago della pioggia" si illumina di una tenerezza che appartiene più alla letteratura che al giornalismo. Sacchi non guarda soltanto il film: guarda ciò che il film fa risuonare nella memoria, nell’immaginazione, perfino nella biografia.
Rileggere oggi "Al cinema col lapis" significa ritrovare un modo di pensare — e di vedere — che credevamo perduto: uno sguardo paziente, curioso, disposto a lasciarsi sorprendere. È un libro che ci ricorda come il cinema, quando incontra una penna davvero sensibile, possa diventare non solo spettacolo, ma conoscenza. (12 febbraio 2026)
In un’epoca in cui la scienza stava ridefinendo il modo stesso in cui l’uomo osservava il mondo, Charles B. Gibson compose un’opera che ancora oggi colpisce per chiarezza, metodo e sorprendente modernità. "Idee scientifiche d’oggi" (1912!) nasce infatti da una scelta precisa: accompagnare il lettore passo dopo passo verso quelle domande fondamentali che hanno guidato lo sviluppo della fisica moderna.
Fin dalle prime pagine, l’autore ricorda quanto sia facile perdersi quando si affrontano argomenti complessi partendo “dal mezzo”. Le conoscenze scientifiche – ci dice – si costruiscono come un edificio: strato dopo strato, evitando scorciatoie che promettono di semplificare ciò che richiede invece un percorso, un metodo, un’educazione dello sguardo. Per questo Gibson presume che il lettore non sappia nulla. Non per sminuirlo, ma per accompagnarlo davvero. È lo stesso principio che guida la buona divulgazione: partire dall’esperienza comune, dalle illusioni percettive, dagli errori più naturali – come credere che sia il sole a muoversi intorno alla Terra – per arrivare a comprendere concetti che, una volta assimilati, appaiono quasi intuitivi.
Il volume esplora così la natura della materia, dell’elettricità, della luce e del calore non come nozioni astratte, ma come idee che l’umanità ha costruito interrogando la realtà, formulando teorie, sbagliando e correggendosi. L’introduzione insiste proprio sul ruolo delle teorie: non dogmi immutabili, ma strumenti utili a spiegare i fatti osservati e, soprattutto, a scoprirne di nuovi. È un invito a considerare la scienza come un processo vivo, dinamico, in cui ogni conoscenza è sempre provvisoria e aperta a revisioni.
Gibson adotta un tono semplice, diretto, ma mai banalizzante. Racconta aneddoti, usa esempi quotidiani – come l’illusione del treno che sembra muoversi quando è fermo – e mostra come il metodo scientifico sia, in fondo, un’estensione del buon senso: osservare, ipotizzare, verificare.
Questo libro, oggi come allora, si rivolge a chiunque voglia capire come la scienza pensa, prima ancora di ciò che essa scopre. Ed è proprio in questa capacità di unire rigore e accessibilità che risiede la sua forza: rendere la complessità non solo comprensibile, ma persino affascinante. (3 febbraio 2026)
19 settembre 2025
"Usando la violenza, noi rinneghiamo necessariamente i valori che sono la nostra ragione di vivere e ne ritardiamo indefinitamente la propagazione e la fioritura." Andrea Caffi
Prezzolini così lo descrive:
"Arrivava all'improvviso, non si sapeva da che parte del mondo, con gli abiti sgualciti e l'aria di avere un grande appetito... e scompariva allo stesso modo, senza che si sapesse perché né per dove. Da per tutto portava la sua gentilezza, un'aria d'innocenza, un enorme fascio d'erudizione che slegava e da cui traeva regali a qualunque richiesta..."
Intellettuale poco conosciuto ma centrale nella storia del socialismo italiano e russo, pensatore originale e irriducibile a schemi ideologici precostituiti, la sua originalità stava nel pensiero “socratico”, che privilegiava il dialogo e l’esperienza umana concreta al dogmatismo e ai sistemi teorici. Per i suoi amici, come Chiaromonte, la sua grandezza risiedeva soprattutto nell’essere un uomo giusto e capace di pensare con gli altri e per gli altri.
Il volume "Critica della violenza" di Andrea Caffi, pubblicato per la prima volta nel 1966 da Bompiani, raccoglie saggi scritti dall'autore negli anni '40 che riflettono sulla violenza, in particolare quella cosiddetta "rivoluzionaria", e sui rischi enormi del suo impiego. Caffi analizza la violenza da una prospettiva critica e pacifista, sostenendo che un movimento che voglia assicurare libertà, pace e giustizia non può utilizzare mezzi violenti organizzati come insurrezioni armate, guerre civili o internazionali, dittature o terrore, perché tali mezzi sono inefficaci e conducono a risultati opposti alle finalità desiderate. Egli denuncia come le rivoluzioni violentemente imposte finiscano spesso per produrre nuovi regimi oppressivi, tradendo così le speranze più autentiche dei popoli.
Il libro propone dunque una riflessione sulla nonviolenza come unica strategia coerente per un cambiamento sociale autentico, soprattutto alla luce della capacità di distruzione e dell'orrore della violenza moderna.
9 settembre 2025
Il libro di Tommaso Giacalone-Monaco è un'analisi della vita e del pensiero di Antoine Augustin Cournot, matematico, filosofo ed economista francese del XIX secolo. L'opera, che ha un carattere biografico-aneddottico, si concentra sul contributo di Cournot all'economia, in particolare sulla sua figura di pioniere dell'applicazione della matematica alle teorie economiche. Il suo lavoro più noto in questo campo è "Recherches sur les principes mathématiques de la théorie des richesses" (1838), considerato una pietra miliare nello sviluppo della microeconomia.
Tuttavia, l'obiettivo principale dell'autore non è tanto quello di analizzare a fondo il pensiero di Cournot, ma piuttosto di mettere in luce la personalità dell’economista anche con il racconto di alcuni aneddoti della sua vita. “Fra gli aneddoti citati dal Giacalone, alcuni illuminano in modo vivace o toccante la figura di Cournot, come ad esempio il suo souvenir della visita a Roma o quello nel quale l'economista prende lo spunto dalla messa al macero di un rilevante numero di copie delle sue opere per illustrare le caratteristiche del mercato librario!” (Duchini, 1960).
Giacalone-Monaco, Tommaso. Antonio Agostino Cournot l’uomo e l’economista. Padova: CEDAM, 1956
Adet. Giornale Degli Economisti e Annali Di Economia 15, no. 11/12 (1956): 623–623
Duchini, F. Rivista Internazionale Di Scienze Sociali 31 (Anno 68), no. 5 (1960): 491–92
In occasione dell'ottantesimo anniversario della Liberazione, una selezione di alcuni volumi del catalogo "Bigiavi"
Saggio pubblicato nel 1969 a cura della deputazione Emilia-Romagna per la storia della Resistenza e della guerra di Liberazione. Comprende numerose riproduzioni di manifesti e documenti.
Il volume contiene anche il primo manifesto del Sindaco Giuseppe Dozza.
La storia della 63a brigata "Bolero", "in larga parte la vita e la morte del suo comando di brigata, più volte distrutto e sempre risorto con più tenacia e risolutezza nel combattere la lotta antifascista".
Il libro, che contiene molte immagini e quattro disegni di Mario Nanni, è uscito nel 1965 per le Edizioni Alfa di via Santo Stefano 13.
Porta Lame nell'inverno 1944-45.
Il bombardamento di Bologna del 25 settembre 1943. Il volume fa parte della collana "Il servitor di piazza. Storia, costumi e tradizioni".
Tra i capitoli più interessanti di questo saggio del 1965: "Pulsate et aperietur vobis: memorie dalle case italiane ove si parlava forestiero". "Se (...) organizzazioni vere e proprie per favorire la fuga ai prigionieri alleati dai campi di concentramento non esistevano (...) ne furono create appositamente per assisterli e porgere loro tutto l'aiuto possibile."
Didascalia originale: "Le prime lusinghe naziste per indurre gli italiani a denunciare i prigionieri alleati. A Modena il manifesto comparve nella prima metà del settembre 1943".
"Il movimento di Liberazione a Ravenna", a cura di Luciano Casali. Pubblicato sotto l'egida del Comitato per le Celebrazioni del XX annuale della Resistenza Ravenna.
Giornali clandestini stampati nella provincia di Ravenna.
Tra i contributi di questa raccolta di saggi del 1976: "L'attività economica del CLN", "La liberazione del forlivese", "La repubblica di Montefiorino".
Questo volume del 1995 si distingue per "l'apertura della ricerca alle nuove tematiche del sociale e del vissuto quotidiano" e per il conseguente ampliamento dell'apparato documentario.
Una pubblicazione dell'ANPI in occasione del sessantennale.
Bologna 26 luglio 1943. I cittadini bruciano le foto del dittatore davanti al Palazzo del Podestà.
Un volume del 1957 sulla lotta sostenuta dalla 28a Brigata Garibaldi per la liberazione di Ravenna.
Dedica e citazioni per il libro di Guido Nozzoli uscito nel 1957 per Editori Riuniti.
Una rassegna di alcuni titoli dell'autore del Manifesto di Ventotene posseduti dalla "Bigiavi"
1957. Spinelli, che è tra i più convinti e preparati assertori dell'idea di un'Europa federata, traccia, in questo volumetto della « Clandestina », le possibili linee — politiche, economiche, giuridiche, sociali — del futuro volto degli Stati Uniti d'Europa.
"La collana la chiamiamo "Clandestina" perché a niente, come a ciò che è libero e spregiudicato, il mondo odierno minaccia vita difficile, clandestina insomma".
1960. Questo libretto non è stato scritto per compiacere questa o quella corrente politica prevalenti nel mondo. Esso è più severo verso quella cui mi sento legato ed al cui successo vorrei contribuire, ma mipermetto di dire, come lo storico Dahlmann, che "lo mando nel mondo con la speranza che dispiaccia a tutte le sette politiche". (dalla Prefazione)
1965. Il libro analizza il funzionamento pratico delle Comunità europee, prestando particolare attenzione alle relazioni sociali e politiche tra l'amministrazione europea a Bruxelles e i centri di potere negli Stati membri.
1968. "I capitoli di questo libro trattano di alcune cose accadutemi, viste, sentite o meditate durante la mia prigionia politica" (dall'Introduzione).
1983. E' assai probabile che la mia età avanzata non mi consentirà di accompagnare ancora per molto tempo questa azione. Ma quando rifletto che oggi il primo, Parlamento europeo eletto sarebbe assai diversa cosa da quel che è, se non avesse assunto il ruolo costituente di cui vi ho parlato, e quando penso che tutta la mia ormai lunga vita di partigiano europeo è sboccata questa azione, non posso fare a meno di mormorare e me stesso con una tal fierezza le parole di San Paolo: bonum certamen certavi, cursum consummavi.
1985. Due saggi — Gli Stati Uniti d'Europa e le varie tendenze politiche, e Politica marxista e politica federalista — insieme al Manifesto, costituiscono il nucleo centrale del progetto europeo di Spinelli. Questo si è via via arricchito con nuove riflessioni sulla natura delle costituzioni federali, sui tentativi di realizzare l'unità europea, sul ruolo del Movimento Federalista Europeo nella battaglia per l'unificazione del vecchio continente.
1989. Come ha osservato Norberto Bobbio nel suo saggio «Il federalismo nel dibattito politico e culturale della Resistenza», ciò che distingue in modo nettissimo l'approccio di Spinelli al federalismo europeo è l'impegno a trasferire l'idea della federazione europea sul terreno dell'azione, a trasformarla, cioè, in azione politica.
1989. Altiero Spinelli dedicò la sua vita alla causa dell'unità europea, documentando la sua lotta dal 1948 al 1969 in un diario. Questo volume raccoglie le sue esperienze, incontri e riflessioni durante i momenti più difficili della battaglia per un'Europa unita. Ne seguono altri due, che raccontano gli anni 1970-1976 e 1976-1986.
1996. Nel settembre 1944 Spinelli rientrò in Italia dalla Svizzera aggregandosi al gruppo dirigente milanese del Partito d'azione; dai documenti politici, dagli articoli e anche dalle lettere a Ernesto Rossi ritrovati da Graglia emerge il ruolo fondamentale giocato da Spinelli e dalla sua visione federale e transnazionale nell'elaborazione delle posizioni dell'azionismo "di sinistra".
2004. L'evoluzione dell'idea di un'Europa unita, dal celebre Manifesto di Ventotene fino all'espansione dell'Unione Europea a 25 membri. Il volume comprende, tral'altro, un contributo di Norberto Bobbio, la postfazione di Romano Prodi e l'intervista a Spinelli di Sonia Schmidt.