Nelle collezioni della biblioteca, editoria d'altri tempi e letture ancora attuali.
Pubblicato il 29 maggio 2026
Quest'opera di Manlio Montanucci, pubblicata dalla romana Editrice Menaglia nel 1945 con prefazione di Antonio Segni (all’epoca sottosegretario di Stato per l’Agricoltura e le Foreste) propone un'analisi comparativa tra la mezzadria classica italiana e l'esperimento sovietico del kolkhoz. L'autore vi sostiene che il collettivismo russo non sia un'innovazione assoluta, ma si innesti sulle radici del "Mir", l'antica organizzazione comunitaria russa preesistente allo Stato, basata sul godimento comune delle terre. Segni sottolinea come la mezzadria garantisca indipendenza e benessere al lavoratore rispetto a un sistema collettivo dalle rese produttive inferiori, sforzandosi nello stesso tempo di superare il fitto velo della propaganda che avvolge l'istituto del kolkhoz.
Il testo affronta infatti le difficoltà di reperire dati oggettivi, denunciando sia la segretezza degli organi di governo sia le "deformazioni interessate" degli avversari politici. Montanucci critica le "figurazioni retoriche" e la "smagliante prosa" usate dagli oratori per suggestionare le masse, mettendo in guardia contro resoconti di viaggio parziali e pubblicazioni come la Monthly Review, ritenute finalizzate alla propaganda. Per approdare a una sintesi equilibrata, il volume sceglie un "linguaggio semplice e intelligibile", stralciando le tinte forti delle opposte fazioni per restituire una cronaca fedele delle trasformazioni agrarie russe e del loro impatto sociale. (29 maggio 2026)
In “Operazione Lungo Salto" il giornalista e corrispondente internazionale Laslo Havas ricostruisce con precisione il clima della Teheran del 1943, crocevia nevralgico della Seconda Guerra Mondiale e scenario di un'economia di guerra estrema. Il testo documenta una realtà distorta dall’occupazione anglo-sovietica, in cui l’indice dei prezzi subì un incremento del 500% in soli due anni, alimentando un mercato nero sistemico e una corruzione strutturale. Si tratta di un saggio che si spinge oltre l'analisi socio-economica per indagare il fulcro della politica mondiale: l'incontro tra Churchill, Roosevelt e Stalin. Il titolo fa riferimento al temerario complotto nazista - l'Operazione Weitsprung - volto a eliminare i tre leader. In questo contesto, Teheran diviene un labirinto di spie e sicari dove "alcuni sono venuti per incontrarsi, alcuni per uccidere, altri per prevenire gli assassinii".
Attraverso la descrizione di una società segnata dall'afflusso di centomila profughi polacchi e dalla pervasività del commercio d'oppio, Havas offre una prospettiva unica sulle dinamiche di potere in territori occupati. Definibile come un ibrido tra saggistica documentaria e thriller di spionaggio, il volume fonde il rigore del dato storico con una narrazione serrata sull'intreccio dei destini geopolitici che hanno segnato il 1943. Le vicende qui descritte hanno ispirato, tra l'altro, il film "Nido di spie" ("Teheran 43"), coproduzione sovietica del 1981. (22 maggio 2026)
Questo libro‑documento offre una sintesi della trascrizione dell’udienza sul caso di J. Robert Oppenheimer, tenuta davanti al Personnel Security Board della Commissione per l’Energia Atomica degli Stati Uniti. La selezione conserva il nucleo essenziale del dibattito, che assume i tratti di una tragedia moderna: Oppenheimer vi emerge come figura emblematica di una generazione di scienziati chiamati a confrontarsi con le implicazioni etiche e politiche del proprio operato.
Il problema centrale trascende la questione formale dell’accesso ai segreti militari, investendo il rapporto fra scienza, responsabilità morale e potere politico nell’età della guerra fredda. Nato a New York nel 1904, Oppenheimer fu inizialmente estraneo alla politica; solo dal 1936 sviluppò una sensibilità civile, entrando in contatto con ambienti della sinistra americana senza mai aderire formalmente al comunismo. Dopo il coinvolgimento negli anni della guerra civile spagnola, maturò un progressivo distacco, acuito dagli eventi internazionali.
Durante la Seconda guerra mondiale svolse un ruolo decisivo nella realizzazione della bomba atomica a Los Alamos. Nel dopoguerra divenne una figura centrale nel dibattito nucleare, sostenendo il controllo internazionale e opponendosi alla bomba all’idrogeno. In un clima segnato dal maccartismo, tali posizioni alimentarono sospetti che portarono, nel 1953, all’apertura dell’inchiesta. L’udienza del 1954 rappresenta il culmine di una vicenda in cui vita privata, scelte morali e attività scientifica vengono sottoposte a giudizio pubblico. (15 maggio 2026)
Nel suo brillante e anticonvenzionale saggio del 1968, uscito per Longanesi nella collana “La fronda”, Antonio Spinosa descrive lo snobismo come fenomeno storico e morale. Ne ricostruisce le origini aristocratiche, fondate sulla distinzione di casta e di gusto, e ne segue la metamorfosi in snobismo borghese e diffuso, sempre più scollegato da tradizione e continuità. Al centro sta l’inautenticità: il rifiuto del comune non produce vera differenza, ma una serie di atteggiamenti artificiali, reiterabili, destinati a rapide obsolescenze. In questo processo si consuma ciò che l’autore chiama lo “stile nella vita”, ridotto a marchio esteriore.
Il primo capitolo chiarisce subito l’impianto del libro: definizione, genealogia, osservazione psicologica. Lo snob emerge come figura ambigua, insieme ridicola e malinconica, lucida quanto alla propria superiorità simbolica e al tempo stesso consapevole della sua fragilità.
La letteratura svolge una funzione decisiva. L’Ottocento aristocratico europeo fornisce il modello originario dello snob consapevole. Proust diventa il paradigma della mondanità come teatro di gerarchie e riti; "Il Gattopardo" offre l’immagine di una distinzione già attraversata dalla coscienza della fine. Accanto a questi riferimenti operano i moralisti europei, che permettono a Spinosa di smascherare la trasformazione della cultura in pura maschera sociale.
Si tratta di un’opera che mostra con evidenza la sua perdurante attualità. Lo snobismo dei nostri anni non si fonda più sull’origine sociale o sulla continuità di una tradizione, ma sull’accumulazione ed esposizione di capitale simbolico: visibilità, linguaggi riconoscibili, posizionamenti morali e segnali culturali rapidi, spesso mediati da piattaforme e logiche algoritmiche. La distinzione non passa più dall’essere, ma dal mostrarsi. Mutano certamente le forme dello snobismo, ma resta intatta la sua logica profonda: la ricerca di una superiorità performativa, la trasformazione dell’esperienza in finzione consapevole, la percezione malinconica della precarietà di ogni segno distintivo. (4 maggio 2026)
Nel quadro delle esperienze europee di resistenza ai totalitarismi, "La rosa bianca" di Inge Scholl si distingue come una testimonianza essenziale del dissenso interno alla Germania nazista.
Come osserva Ferruccio Parri nella prefazione all’edizione italiana, l’opera contribuisce in modo decisivo a restituire una dimensione umana alla Germania del dopoguerra, contrastando l’immagine monolitica di un Paese integralmente assoggettato al nazionalsocialismo. In un contesto dominato dal conformismo e dall’obbedienza — definito da Parri un "pauroso formicaio" in cui ogni forma di dissenso veniva sistematicamente repressa — il libro documenta l’emergere, all’interno della stessa società tedesca, di una capacità di giudizio morale e di condanna del regime.
Il valore dell’opera risiede in larga misura nella sua funzione di rottura rispetto al silenzio che ha caratterizzato ampi settori della società tedesca nel secondo dopoguerra. Come ricordato dal presidente Richard von Weizsäcker, il racconto della Rosa Bianca ha offerto alle nuove generazioni risposte che la generazione precedente — genitori e insegnanti inclusi — non era stata in grado di formulare sui crimini del regime. Attraverso la testimonianza di Inge Scholl è possibile seguire il percorso di maturazione dei fratelli Hans e Sophie Scholl: dalla iniziale adesione alle organizzazioni giovanili hitleriane fino alla progressiva acquisizione di una consapevolezza democratica, che li condusse a riconoscere nella resistenza il necessario prezzo di una rigenerazione morale.
In questa prospettiva, Theodor Heuss invita a interpretare l’azione della Rosa Bianca non come un tentativo di rivolta fallito, ma come un "tenue raggio di luce" nella fase più oscura della storia tedesca. Il senso profondo del libro consiste proprio nel sottrarre il sacrificio di questi ragazzi all’oblio, trasformandolo in una vittoria della verità sulla sistematica menzogna del nazionalsocialismo. Le pagine di Inge Scholl attestano così l’esistenza di una gioventù capace di scegliere la responsabilità morale e la protesta contro l’apatia collettiva, riaprendo la possibilità di concepire una nuova Europa fondata su valori spirituali e civili condivisi. (24 aprile 2026)
Pubblicata nel 1876, l'opera "Sorveglianti e sorvegliati" di Paolo Locatelli costituisce la sintesi di quattordici anni di esperienza diretta maturata dall'autore nei ranghi della Pubblica sicurezza a Milano. La riflessione muove dal rilievo che la polizia rappresenti il comparto statale più negletto e meno compreso, vittima di un pregiudizio che condanna i funzionari a una forma di isolamento sociale. Al fine di rimediare a questo scenario, Locatelli auspica uno studio scientifico delle "classi pericolose" e un agire improntato alla massima trasparenza, necessaria per fugare i sospetti della cittadinanza circa l'esistenza di "misteri celati".
Nel primo capitolo, l'autore sviluppa una disamina critica dell'apparato poliziesco italiano post-unitario, denunciando i limiti del modello napoleonico-francese. Tale sistema, caratterizzato da un rigido accentramento, viene descritto come uno strumento di governo spesso estraneo alla tutela della libertà individuale. In antitesi, Locatelli esalta il modello anglosassone, fondato sulla responsabilità personale degli agenti e capace di armonizzare il rispetto della legalità con i costumi sociali del territorio.
L'analisi sistematica dell'opera si articola attraverso lo studio delle diverse categorie di soggetti sottoposti a vigilanza, che riflettono la stratificazione delle classi marginali dell'Ottocento. Oltre ai delinquenti abituali e ai complici (manutengoli), l'indagine comprende figure caratterizzate da precarietà economica e sociale, quali oziosi, vagabondi e mendicanti, includendo il ricovero coattivo dei minori. La sorveglianza si estende inoltre a prostitute, giuocatori d’azzardo, individui affetti da malattie mentali e ubbriachi abituali, categorie ritenute fonti potenziali di disordine e degrado pubblico.
In tale quadro, Locatelli rigetta fermamente la visione degli operai come "nemici naturali" dell'ordine costituito. Egli sostiene che le classi lavoratrici siano composte da cittadini leali e gelosi della propria dignità, per i quali una sorveglianza molesta e vessatoria risulterebbe controproducente, alimentando inasprimenti sociali anziché coesione. Il senso unitario della trattazione risiede dunque nell'aspirazione a ridefinire la polizia non più come mero braccio repressivo, ma come "forza moderatrice" essenziale al consolidamento dello Stato Costituzionale.
A partire dal 1933 Gertrude Stein - la "madre di tutti noi" che ha segnato l'arte e la scrittura moderna anticipando la contemporaneità di decenni - non è più soltanto la musa che accoglieva l’avanguardia nel suo salotto parigino o che cercava ispirazione tra i boschi di Bilignin. Forte del successo dell’"Autobiografia di Alice B. Toklas", l'icona del Novecento ha deposto il ruolo di silenziosa ispiratrice per rivelarsi una mente analitica e sferzante, decisa a non tacere più su nulla. Con la sicurezza di un’autorità ormai indiscussa, Stein affronta filosofia, cucina e guerra con uno sguardo capace di sezionare la realtà come fosse un reperto clinico. Questa raccolta di saggi, curata da Barbara Lanati nel 1981 per le Edizioni delle donne, ci restituisce una Stein provocatoria, che scrive con un approccio analitico, oggettivo e quasi chirurgico. I capitoli affrontano temi disparati, ma il cuore del volume pulsa attorno a due ossessioni: i soldi e il crimine.
Per la Stein, il romanzo tradizionale è morto perché i suoi eroi non sono più reali per il lettore moderno. Meglio allora un buon giallo, dove il cadavere è una presenza fisica che stimola l'intelligenza di chi indaga. Ma è sul denaro che la sua analisi si fa sferzante: per Gertrude, le radici di "memory" e "money" affondano in un'unica parola: "mind". La gestione della moneta è, di fatto, gestione del pensiero.
Se smettiamo di maneggiare il nostro denaro, lasciando che i governi lo gestiscano per noi, la moneta diventa un'astrazione: si perde il contatto con la realtà e non si capisce più la differenza tra tre dollari e un milione. Per la Stein, questa delega è una forma di schiavitù organizzata che uccide l'individualità. Contro questo sistema, la scrittrice propone una "coltivazione diretta" dell'esistenza, che consiste nel riprendere il controllo totale sulle proprie risorse e sulle proprie idee, evitando che qualcun altro pensi o spenda al nostro posto.
Tra riflessioni sul valore della parola e il racconto del ritorno in un'America meravigliosa ma ormai estranea, l'opera funge da viaggio a ritroso in cui l'autrice esorcizza la fine imminente della vita attraverso una narrazione di sé che sfida le convenzioni accademiche.
"Università nella democrazia – democratizzazione dell’Università” (1967), uno dei tre scritti di Habermas tradotti e raccolti in volume nel 1968 dall’editore De Donato, analizza la crisi delle istituzioni accademiche tedesche durante gli anni della Guerra Fredda e documenta l'urgenza di una riforma radicale nel clima delle proteste studentesche alla Libera Università di Berlino. L'autore si oppone con forza alla trasformazione dell'ateneo in una "azienda di produzione" orientata ai soli bisogni dell'industria, avvertendo che un adattamento totale ai criteri di efficienza tecnica annullerebbe la capacità di riflessione critica della scienza. Secondo Habermas, l'università deve invece mantenere tre funzioni congiunte: la produzione di sapere tecnicamente utilizzabile, la trasmissione delle tradizioni culturali e la formazione della coscienza politica degli studenti.
La democratizzazione, concetto chiave dell’opera, è proposta come unico strumento per salvaguardare l'autonomia della ricerca dalle pressioni esterne dello Stato e del mercato. Habermas suggerisce di superare il potere gerarchico dei professori ordinari a favore di una gestione basata su commissioni paritetiche, dove docenti e studenti possano confrontarsi attraverso una discussione pubblica e razionale. Questo rinnovamento è strettamente legato all'autoriflessione delle scienze, un processo in cui le discipline indagano i propri presupposti e le proprie ricadute sociali, riconnettendo il sapere teorico alla prassi democratica. In questa prospettiva, l'università non è un luogo spoliticizzato, ma uno spazio essenziale per la formazione della volontà democratica, capace di resistere tanto alla deriva tecnocratica quanto all'irrazionalismo dell'azione immediata. Habermas delinea così il modello di un'istituzione che contribuisce attivamente allo sviluppo di una democrazia sociale fondata sullo stato di diritto. (24 marzo 2026)
Pubblicata dall'editore De Donato di Bari a partire dalla fine degli anni Sessanta, mirava - attraverso la divulgazione di testi teorici e interventi militanti - a rappresentare la complessa parabola del pensiero critico di fronte al logoramento delle istituzioni democratiche, analizzando il delicato equilibrio tra lo sviluppo in senso sociale della democrazia e le pericolose spinte verso una regressione autoritaria. Dal punto di vista storico e documentario, questa serie editoriale è stata una testimonianza fondamentale del movimento studentesco.
La raccolta delle opere presenti in biblioteca del filosofo e sociologo tedesco appena scomparso Jürgen Habermas, restituisce un’immagine ricca e stratificata del suo pensiero. I titoli convergono in modo naturale in alcuni filoni tematici ricorrenti.
Il cuore della produzione habermasiana è rappresentato dal progetto dell’"agire comunicativo", documentato nelle diverse edizioni di “Teoria dell’agire comunicativo” (1986, 1987, 1988) e nei volumi complementari “Razionalità nell’azione e razionalizzazione sociale” e “Critica della ragione funzionalistica” (1986, 1987, 1997). A questi si affiancano lavori metodologici come “Agire comunicativo e logica delle scienze sociali” (1980) e “Logica delle scienze sociali” (1970), che testimoniano l’impegno di Habermas nel definire un fondamento epistemologico per le scienze umane.
Un secondo nucleo concerne l’analisi delle istituzioni democratiche e del ruolo dell’opinione pubblica. Ne sono esempi “Storia e critica dell’opinione pubblica” (1977) e “L’università nella democrazia” (1968). In anni più recenti, il focus si amplia all’Europa con “Questa Europa è in crisi” (2012), che riflette sull’integrazione europea e sulle sfide della governance sovranazionale.
Una parte significativa della bibliografia affronta il rapporto tra razionalità moderna, tecnologia e forme di organizzazione sociale: “Teoria e prassi nella società tecnologica” (1969, 1978), “La crisi della razionalità nel capitalismo maturo” (1979) e “La rivoluzione in corso” (1990). Qui emerge il dialogo critico con la tradizione francofortese e con le trasformazioni economiche della tarda modernità.
A questi titoli si aggiungono opere come “Il futuro della natura umana: i rischi di una genetica liberale” (2002), che segnano una svolta verso questioni bioetiche e antropologiche, mostrando la sensibilità di Habermas verso le sfide poste dalle tecnoscienze.
Nel complesso, i volumi presenti nel catalogo della biblioteca restituiscono l’immagine di un pensatore coerente ma in continua evoluzione, capace di attraversare filosofia, politica, sociologia ed etica mantenendo sempre al centro il dialogo, la razionalità e la possibilità di una convivenza democratica. (16 marzo 2026)
Pubblicato nel 1947, il saggio di Siegfried Kracauer “From Caligari to Hitler: a psychological history of the German film” costituisce una pietra miliare nello studio del rapporto tra estetica e società. L'autore vi sostiene che i film prodotti tra il 1918 e il 1933 non sono semplici opere d'arte, ma documenti che espongono le disposizioni psicologiche profonde che hanno influenzato il corso degli eventi e preparato il terreno per l'ascesa del nazismo. Kracauer giustifica il ricorso al cinema evidenziandone la natura di prodotto corale, capace di sopprimere le peculiarità individuali a favore di tratti comuni a una nazione, e la sua abilità nel rivolgersi a una moltitudine anonima intercettandone i desideri collettivi. Attraverso l'indagine di quelli che definisce "geroglifici visibili", ovvero dettagli superficiali che fungono da indizi per processi mentali nascosti, l'opera delinea una vera e propria storia segreta del popolo tedesco.
Particolare rilievo assume l'analisi del periodo definito dello "shock della libertà" (1918-1924), una fase post-bellica in cui il cinema inizia a esplorare l'anima nazionale attraverso atmosfere macabre e sinistre. Il film centrale di questa epoca è “Il gabinetto del dottor Caligari” (Robert Wiene, 1920), considerato l'archetipo di tutta la produzione successiva per la sua capacità di riflettere una mentalità tormentata attraverso uno stile visivo distorto e morboso. In questo contesto di incertezza politica seguito alla fallita rivoluzione del 1918, Kracauer esamina anche opere significative come “Passion” (“Madame DuBarry”, 1919) di Ernst Lubitsch, fondamentale per il riposizionamento del cinema tedesco sul mercato internazionale, e “Destiny” (“Der müde Tod”, 1921) di Fritz Lang.
Queste pellicole testimoniano un percorso psicologico che si snoda tra i temi della tirannia e del caos, evolvendo progressivamente verso una fase di stabilizzazione e, infine, verso la paralisi mentale del periodo pre-hitleriano. L'autore conclude che i fattori economici e politici non sono sufficienti a spiegare il crollo della democrazia di Weimar se non si considera il vuoto psicologico e le pulsioni autoritarie che il medium cinematografico ha saputo registrare con inquietante precisione. (9 marzo 2026)
19 settembre 2025
"Usando la violenza, noi rinneghiamo necessariamente i valori che sono la nostra ragione di vivere e ne ritardiamo indefinitamente la propagazione e la fioritura." Andrea Caffi
Prezzolini così lo descrive:
"Arrivava all'improvviso, non si sapeva da che parte del mondo, con gli abiti sgualciti e l'aria di avere un grande appetito... e scompariva allo stesso modo, senza che si sapesse perché né per dove. Da per tutto portava la sua gentilezza, un'aria d'innocenza, un enorme fascio d'erudizione che slegava e da cui traeva regali a qualunque richiesta..."
Intellettuale poco conosciuto ma centrale nella storia del socialismo italiano e russo, pensatore originale e irriducibile a schemi ideologici precostituiti, la sua originalità stava nel pensiero “socratico”, che privilegiava il dialogo e l’esperienza umana concreta al dogmatismo e ai sistemi teorici. Per i suoi amici, come Chiaromonte, la sua grandezza risiedeva soprattutto nell’essere un uomo giusto e capace di pensare con gli altri e per gli altri.
Il volume "Critica della violenza" di Andrea Caffi, pubblicato per la prima volta nel 1966 da Bompiani, raccoglie saggi scritti dall'autore negli anni '40 che riflettono sulla violenza, in particolare quella cosiddetta "rivoluzionaria", e sui rischi enormi del suo impiego. Caffi analizza la violenza da una prospettiva critica e pacifista, sostenendo che un movimento che voglia assicurare libertà, pace e giustizia non può utilizzare mezzi violenti organizzati come insurrezioni armate, guerre civili o internazionali, dittature o terrore, perché tali mezzi sono inefficaci e conducono a risultati opposti alle finalità desiderate. Egli denuncia come le rivoluzioni violentemente imposte finiscano spesso per produrre nuovi regimi oppressivi, tradendo così le speranze più autentiche dei popoli.
Il libro propone dunque una riflessione sulla nonviolenza come unica strategia coerente per un cambiamento sociale autentico, soprattutto alla luce della capacità di distruzione e dell'orrore della violenza moderna.
9 settembre 2025
Il libro di Tommaso Giacalone-Monaco è un'analisi della vita e del pensiero di Antoine Augustin Cournot, matematico, filosofo ed economista francese del XIX secolo. L'opera, che ha un carattere biografico-aneddottico, si concentra sul contributo di Cournot all'economia, in particolare sulla sua figura di pioniere dell'applicazione della matematica alle teorie economiche. Il suo lavoro più noto in questo campo è "Recherches sur les principes mathématiques de la théorie des richesses" (1838), considerato una pietra miliare nello sviluppo della microeconomia.
Tuttavia, l'obiettivo principale dell'autore non è tanto quello di analizzare a fondo il pensiero di Cournot, ma piuttosto di mettere in luce la personalità dell’economista anche con il racconto di alcuni aneddoti della sua vita. “Fra gli aneddoti citati dal Giacalone, alcuni illuminano in modo vivace o toccante la figura di Cournot, come ad esempio il suo souvenir della visita a Roma o quello nel quale l'economista prende lo spunto dalla messa al macero di un rilevante numero di copie delle sue opere per illustrare le caratteristiche del mercato librario!” (Duchini, 1960).
Giacalone-Monaco, Tommaso. Antonio Agostino Cournot l’uomo e l’economista. Padova: CEDAM, 1956
Adet. Giornale Degli Economisti e Annali Di Economia 15, no. 11/12 (1956): 623–623
Duchini, F. Rivista Internazionale Di Scienze Sociali 31 (Anno 68), no. 5 (1960): 491–92
In occasione dell'ottantesimo anniversario della Liberazione, una selezione di alcuni volumi del catalogo "Bigiavi"
Saggio pubblicato nel 1969 a cura della deputazione Emilia-Romagna per la storia della Resistenza e della guerra di Liberazione. Comprende numerose riproduzioni di manifesti e documenti.
Il volume contiene anche il primo manifesto del Sindaco Giuseppe Dozza.
La storia della 63a brigata "Bolero", "in larga parte la vita e la morte del suo comando di brigata, più volte distrutto e sempre risorto con più tenacia e risolutezza nel combattere la lotta antifascista".
Il libro, che contiene molte immagini e quattro disegni di Mario Nanni, è uscito nel 1965 per le Edizioni Alfa di via Santo Stefano 13.
Porta Lame nell'inverno 1944-45.
Il bombardamento di Bologna del 25 settembre 1943. Il volume fa parte della collana "Il servitor di piazza. Storia, costumi e tradizioni".
Tra i capitoli più interessanti di questo saggio del 1965: "Pulsate et aperietur vobis: memorie dalle case italiane ove si parlava forestiero". "Se (...) organizzazioni vere e proprie per favorire la fuga ai prigionieri alleati dai campi di concentramento non esistevano (...) ne furono create appositamente per assisterli e porgere loro tutto l'aiuto possibile."
Didascalia originale: "Le prime lusinghe naziste per indurre gli italiani a denunciare i prigionieri alleati. A Modena il manifesto comparve nella prima metà del settembre 1943".
"Il movimento di Liberazione a Ravenna", a cura di Luciano Casali. Pubblicato sotto l'egida del Comitato per le Celebrazioni del XX annuale della Resistenza Ravenna.
Giornali clandestini stampati nella provincia di Ravenna.
Tra i contributi di questa raccolta di saggi del 1976: "L'attività economica del CLN", "La liberazione del forlivese", "La repubblica di Montefiorino".
Questo volume del 1995 si distingue per "l'apertura della ricerca alle nuove tematiche del sociale e del vissuto quotidiano" e per il conseguente ampliamento dell'apparato documentario.
Una pubblicazione dell'ANPI in occasione del sessantennale.
Bologna 26 luglio 1943. I cittadini bruciano le foto del dittatore davanti al Palazzo del Podestà.
Un volume del 1957 sulla lotta sostenuta dalla 28a Brigata Garibaldi per la liberazione di Ravenna.
Dedica e citazioni per il libro di Guido Nozzoli uscito nel 1957 per Editori Riuniti.
Una rassegna di alcuni titoli dell'autore del Manifesto di Ventotene posseduti dalla "Bigiavi"
1957. Spinelli, che è tra i più convinti e preparati assertori dell'idea di un'Europa federata, traccia, in questo volumetto della « Clandestina », le possibili linee — politiche, economiche, giuridiche, sociali — del futuro volto degli Stati Uniti d'Europa.
"La collana la chiamiamo "Clandestina" perché a niente, come a ciò che è libero e spregiudicato, il mondo odierno minaccia vita difficile, clandestina insomma".
1960. Questo libretto non è stato scritto per compiacere questa o quella corrente politica prevalenti nel mondo. Esso è più severo verso quella cui mi sento legato ed al cui successo vorrei contribuire, ma mipermetto di dire, come lo storico Dahlmann, che "lo mando nel mondo con la speranza che dispiaccia a tutte le sette politiche". (dalla Prefazione)
1965. Il libro analizza il funzionamento pratico delle Comunità europee, prestando particolare attenzione alle relazioni sociali e politiche tra l'amministrazione europea a Bruxelles e i centri di potere negli Stati membri.
1968. "I capitoli di questo libro trattano di alcune cose accadutemi, viste, sentite o meditate durante la mia prigionia politica" (dall'Introduzione).
1983. E' assai probabile che la mia età avanzata non mi consentirà di accompagnare ancora per molto tempo questa azione. Ma quando rifletto che oggi il primo, Parlamento europeo eletto sarebbe assai diversa cosa da quel che è, se non avesse assunto il ruolo costituente di cui vi ho parlato, e quando penso che tutta la mia ormai lunga vita di partigiano europeo è sboccata questa azione, non posso fare a meno di mormorare e me stesso con una tal fierezza le parole di San Paolo: bonum certamen certavi, cursum consummavi.
1985. Due saggi — Gli Stati Uniti d'Europa e le varie tendenze politiche, e Politica marxista e politica federalista — insieme al Manifesto, costituiscono il nucleo centrale del progetto europeo di Spinelli. Questo si è via via arricchito con nuove riflessioni sulla natura delle costituzioni federali, sui tentativi di realizzare l'unità europea, sul ruolo del Movimento Federalista Europeo nella battaglia per l'unificazione del vecchio continente.
1989. Come ha osservato Norberto Bobbio nel suo saggio «Il federalismo nel dibattito politico e culturale della Resistenza», ciò che distingue in modo nettissimo l'approccio di Spinelli al federalismo europeo è l'impegno a trasferire l'idea della federazione europea sul terreno dell'azione, a trasformarla, cioè, in azione politica.
1989. Altiero Spinelli dedicò la sua vita alla causa dell'unità europea, documentando la sua lotta dal 1948 al 1969 in un diario. Questo volume raccoglie le sue esperienze, incontri e riflessioni durante i momenti più difficili della battaglia per un'Europa unita. Ne seguono altri due, che raccontano gli anni 1970-1976 e 1976-1986.
1996. Nel settembre 1944 Spinelli rientrò in Italia dalla Svizzera aggregandosi al gruppo dirigente milanese del Partito d'azione; dai documenti politici, dagli articoli e anche dalle lettere a Ernesto Rossi ritrovati da Graglia emerge il ruolo fondamentale giocato da Spinelli e dalla sua visione federale e transnazionale nell'elaborazione delle posizioni dell'azionismo "di sinistra".
2004. L'evoluzione dell'idea di un'Europa unita, dal celebre Manifesto di Ventotene fino all'espansione dell'Unione Europea a 25 membri. Il volume comprende, tral'altro, un contributo di Norberto Bobbio, la postfazione di Romano Prodi e l'intervista a Spinelli di Sonia Schmidt.