The old curiosity shelf

Nelle collezioni della biblioteca, editoria d'altri tempi e letture ancora attuali.

Pubblicato il 04 maggio 2026

Frenesie mondane: l’ossessione per la maschera sociale prima dei “like”

Nel suo brillante e anticonvenzionale saggio del 1968, uscito per Longanesi nella collana “La fronda”, Antonio Spinosa descrive lo snobismo come fenomeno storico e morale. Ne ricostruisce le origini aristocratiche, fondate sulla distinzione di casta e di gusto, e ne segue la metamorfosi in snobismo borghese e diffuso, sempre più scollegato da tradizione e continuità. Al centro sta l’inautenticità: il rifiuto del comune non produce vera differenza, ma una serie di atteggiamenti artificiali, reiterabili, destinati a rapide obsolescenze. In questo processo si consuma ciò che l’autore chiama lo “stile nella vita”, ridotto a marchio esteriore.
Il primo capitolo chiarisce subito l’impianto del libro: definizione, genealogia, osservazione psicologica. Lo snob emerge come figura ambigua, insieme ridicola e malinconica, lucida quanto alla propria superiorità simbolica e al tempo stesso consapevole della sua fragilità.
La letteratura svolge una funzione decisiva. L’Ottocento aristocratico europeo fornisce il modello originario dello snob consapevole. Proust diventa il paradigma della mondanità come teatro di gerarchie e riti; "Il Gattopardo" offre l’immagine di una distinzione già attraversata dalla coscienza della fine. Accanto a questi riferimenti operano i moralisti europei, che permettono a Spinosa di smascherare la trasformazione della cultura in pura maschera sociale.
Si tratta di un’opera che mostra con evidenza la sua perdurante attualità. Lo snobismo dei nostri anni non si fonda più sull’origine sociale o sulla continuità di una tradizione, ma sull’accumulazione ed esposizione di capitale simbolico: visibilità, linguaggi riconoscibili, posizionamenti morali e segnali culturali rapidi, spesso mediati da piattaforme e logiche algoritmiche. La distinzione non passa più dall’essere, ma dal mostrarsi. Mutano certamente le forme dello snobismo, ma resta intatta la sua logica profonda: la ricerca di una superiorità performativa, la trasformazione dell’esperienza in finzione consapevole, la percezione malinconica della precarietà di ogni segno distintivo. (4 maggio 2026)

Giovani, studenti, in cerca di verità. Una storia di resistenza.

Nel quadro delle esperienze europee di resistenza ai totalitarismi, "La rosa bianca" di Inge Scholl si distingue come una testimonianza essenziale del dissenso interno alla Germania nazista.
Come osserva Ferruccio Parri nella prefazione all’edizione italiana, l’opera contribuisce in modo decisivo a restituire una dimensione umana alla Germania del dopoguerra, contrastando l’immagine monolitica di un Paese integralmente assoggettato al nazionalsocialismo. In un contesto dominato dal conformismo e dall’obbedienza — definito da Parri un "pauroso formicaio" in cui ogni forma di dissenso veniva sistematicamente repressa — il libro documenta l’emergere, all’interno della stessa società tedesca, di una capacità di giudizio morale e di condanna del regime.
Il valore dell’opera risiede in larga misura nella sua funzione di rottura rispetto al silenzio che ha caratterizzato ampi settori della società tedesca nel secondo dopoguerra. Come ricordato dal presidente Richard von Weizsäcker, il racconto della Rosa Bianca ha offerto alle nuove generazioni risposte che la generazione precedente — genitori e insegnanti inclusi — non era stata in grado di formulare sui crimini del regime. Attraverso la testimonianza di Inge Scholl è possibile seguire il percorso di maturazione dei fratelli Hans e Sophie Scholl: dalla iniziale adesione alle organizzazioni giovanili hitleriane fino alla progressiva acquisizione di una consapevolezza democratica, che li condusse a riconoscere nella resistenza il necessario prezzo di una rigenerazione morale.
In questa prospettiva, Theodor Heuss invita a interpretare l’azione della Rosa Bianca non come un tentativo di rivolta fallito, ma come un "tenue raggio di luce" nella fase più oscura della storia tedesca. Il senso profondo del libro consiste proprio nel sottrarre il sacrificio di questi ragazzi all’oblio, trasformandolo in una vittoria della verità sulla sistematica menzogna del nazionalsocialismo. Le pagine di Inge Scholl attestano così l’esistenza di una gioventù capace di scegliere la responsabilità morale e la protesta contro l’apatia collettiva, riaprendo la possibilità di concepire una nuova Europa fondata su valori spirituali e civili condivisi. (24 aprile 2026)

Tra le miserie sociali dell’Italia unita, il volto umano della Pubblica sicurezza

Pubblicata nel 1876, l'opera "Sorveglianti e sorvegliati" di Paolo Locatelli costituisce la sintesi di quattordici anni di esperienza diretta maturata dall'autore nei ranghi della Pubblica sicurezza a Milano. La riflessione muove dal rilievo che la polizia rappresenti il comparto statale più negletto e meno compreso, vittima di un pregiudizio che condanna i funzionari a una forma di isolamento sociale. Al fine di rimediare a questo scenario, Locatelli auspica uno studio scientifico delle "classi pericolose" e un agire improntato alla massima trasparenza, necessaria per fugare i sospetti della cittadinanza circa l'esistenza di "misteri celati".
Nel primo capitolo, l'autore sviluppa una disamina critica dell'apparato poliziesco italiano post-unitario, denunciando i limiti del modello napoleonico-francese. Tale sistema, caratterizzato da un rigido accentramento, viene descritto come uno strumento di governo spesso estraneo alla tutela della libertà individuale. In antitesi, Locatelli esalta il modello anglosassone, fondato sulla responsabilità personale degli agenti e capace di armonizzare il rispetto della legalità con i costumi sociali del territorio.
L'analisi sistematica dell'opera si articola attraverso lo studio delle diverse categorie di soggetti sottoposti a vigilanza, che riflettono la stratificazione delle classi marginali dell'Ottocento. Oltre ai delinquenti abituali e ai complici (manutengoli), l'indagine comprende figure caratterizzate da precarietà economica e sociale, quali oziosi, vagabondi e mendicanti, includendo il ricovero coattivo dei minori. La sorveglianza si estende inoltre a prostitute, giuocatori d’azzardo, individui affetti da malattie mentali e ubbriachi abituali, categorie ritenute fonti potenziali di disordine e degrado pubblico.
In tale quadro, Locatelli rigetta fermamente la visione degli operai come "nemici naturali" dell'ordine costituito. Egli sostiene che le classi lavoratrici siano composte da cittadini leali e gelosi della propria dignità, per i quali una sorveglianza molesta e vessatoria risulterebbe controproducente, alimentando inasprimenti sociali anziché coesione. Il senso unitario della trattazione risiede dunque nell'aspirazione a ridefinire la polizia non più come mero braccio repressivo, ma come "forza moderatrice" essenziale al consolidamento dello Stato Costituzionale.

La moneta è una questione di testa: Gertrude Stein contro la schiavitù del denaro astratto

A partire dal 1933 Gertrude Stein - la "madre di tutti noi" che ha segnato l'arte e la scrittura moderna anticipando la contemporaneità di decenni - non è più soltanto la musa che accoglieva l’avanguardia nel suo salotto parigino o che cercava ispirazione tra i boschi di Bilignin. Forte del successo dell’"Autobiografia di Alice B. Toklas", l'icona del Novecento ha deposto il ruolo di silenziosa ispiratrice per rivelarsi una mente analitica e sferzante, decisa a non tacere più su nulla. Con la sicurezza di un’autorità ormai indiscussa, Stein affronta filosofia, cucina e guerra con uno sguardo capace di sezionare la realtà come fosse un reperto clinico. Questa raccolta di saggi, curata da Barbara Lanati nel 1981 per le Edizioni delle donne, ci restituisce una Stein provocatoria, che scrive con un approccio analitico, oggettivo e quasi chirurgico. I capitoli affrontano temi disparati, ma il cuore del volume pulsa attorno a due ossessioni: i soldi e il crimine.
Per la Stein, il romanzo tradizionale è morto perché i suoi eroi non sono più reali per il lettore moderno. Meglio allora un buon giallo, dove il cadavere è una presenza fisica che stimola l'intelligenza di chi indaga. Ma è sul denaro che la sua analisi si fa sferzante: per Gertrude, le radici di "memory" e "money" affondano in un'unica parola: "mind". La gestione della moneta è, di fatto, gestione del pensiero.
Se smettiamo di maneggiare il nostro denaro, lasciando che i governi lo gestiscano per noi, la moneta diventa un'astrazione: si perde il contatto con la realtà e non si capisce più la differenza tra tre dollari e un milione. Per la Stein, questa delega è una forma di schiavitù organizzata che uccide l'individualità. Contro questo sistema, la scrittrice propone una "coltivazione diretta" dell'esistenza, che consiste nel riprendere il controllo totale sulle proprie risorse e sulle proprie idee, evitando che qualcun altro pensi o spenda al nostro posto.
Tra riflessioni sul valore della parola e il racconto del ritorno in un'America meravigliosa ma ormai estranea, l'opera funge da viaggio a ritroso in cui l'autrice esorcizza la fine imminente della vita attraverso una narrazione di sé che sfida le convenzioni accademiche.

Come risvegliare l’Università dal sonno conformista. Una lezione di Habermas.

"Università nella democrazia – democratizzazione dell’Università” (1967), uno dei tre scritti di Habermas tradotti e raccolti in volume nel 1968 dall’editore De Donato, analizza la crisi delle istituzioni accademiche tedesche durante gli anni della Guerra Fredda e documenta l'urgenza di una riforma radicale nel clima delle proteste studentesche alla Libera Università di Berlino. L'autore si oppone con forza alla trasformazione dell'ateneo in una "azienda di produzione" orientata ai soli bisogni dell'industria, avvertendo che un adattamento totale ai criteri di efficienza tecnica annullerebbe la capacità di riflessione critica della scienza. Secondo Habermas, l'università deve invece mantenere tre funzioni congiunte: la produzione di sapere tecnicamente utilizzabile, la trasmissione delle tradizioni culturali e la formazione della coscienza politica degli studenti.
La democratizzazione, concetto chiave dell’opera, è proposta come unico strumento per salvaguardare l'autonomia della ricerca dalle pressioni esterne dello Stato e del mercato. Habermas suggerisce di superare il potere gerarchico dei professori ordinari a favore di una gestione basata su commissioni paritetiche, dove docenti e studenti possano confrontarsi attraverso una discussione pubblica e razionale. Questo rinnovamento è strettamente legato all'autoriflessione delle scienze, un processo in cui le discipline indagano i propri presupposti e le proprie ricadute sociali, riconnettendo il sapere teorico alla prassi democratica. In questa prospettiva, l'università non è un luogo spoliticizzato, ma uno spazio essenziale per la formazione della volontà democratica, capace di resistere tanto alla deriva tecnocratica quanto all'irrazionalismo dell'azione immediata. Habermas delinea così il modello di un'istituzione che contribuisce attivamente allo sviluppo di una democrazia sociale fondata sullo stato di diritto. (24 marzo 2026)

  • La collana "Dissensi"

    Pubblicata dall'editore De Donato di Bari a partire dalla fine degli anni Sessanta, mirava - attraverso la divulgazione di testi teorici e interventi militanti - a rappresentare la complessa parabola del pensiero critico di fronte al logoramento delle istituzioni democratiche, analizzando il delicato equilibrio tra lo sviluppo in senso sociale della democrazia e le pericolose spinte verso una regressione autoritaria. Dal punto di vista storico e documentario, questa serie editoriale è stata una testimonianza fondamentale del movimento studentesco.

Leggere Jürgen Habermas. Mappe tematiche di un’eredità filosofica.

La raccolta delle opere presenti in biblioteca del filosofo e sociologo tedesco appena scomparso Jürgen Habermas, restituisce un’immagine ricca e stratificata del suo pensiero. I titoli convergono in modo naturale in alcuni filoni tematici ricorrenti.
Il cuore della produzione habermasiana è rappresentato dal progetto dell’"agire comunicativo", documentato nelle diverse edizioni di “Teoria dell’agire comunicativo” (1986, 1987, 1988) e nei volumi complementari “Razionalità nell’azione e razionalizzazione sociale” e “Critica della ragione funzionalistica” (1986, 1987, 1997). A questi si affiancano lavori metodologici come “Agire comunicativo e logica delle scienze sociali” (1980) e “Logica delle scienze sociali” (1970), che testimoniano l’impegno di Habermas nel definire un fondamento epistemologico per le scienze umane.
Un secondo nucleo concerne l’analisi delle istituzioni democratiche e del ruolo dell’opinione pubblica. Ne sono esempi “Storia e critica dell’opinione pubblica” (1977) e “L’università nella democrazia” (1968). In anni più recenti, il focus si amplia all’Europa con “Questa Europa è in crisi” (2012), che riflette sull’integrazione europea e sulle sfide della governance sovranazionale.
Una parte significativa della bibliografia affronta il rapporto tra razionalità moderna, tecnologia e forme di organizzazione sociale: “Teoria e prassi nella società tecnologica” (1969, 1978), “La crisi della razionalità nel capitalismo maturo” (1979) e “La rivoluzione in corso” (1990). Qui emerge il dialogo critico con la tradizione francofortese e con le trasformazioni economiche della tarda modernità.
A questi titoli si aggiungono opere come “Il futuro della natura umana: i rischi di una genetica liberale” (2002), che segnano una svolta verso questioni bioetiche e antropologiche, mostrando la sensibilità di Habermas verso le sfide poste dalle tecnoscienze.
Nel complesso, i volumi presenti nel catalogo della biblioteca restituiscono l’immagine di un pensatore coerente ma in continua evoluzione, capace di attraversare filosofia, politica, sociologia ed etica mantenendo sempre al centro il dialogo, la razionalità e la possibilità di una convivenza democratica. (16 marzo 2026)

Nello specchio del cinema tedesco i “geroglifici visibili” predicono il destino di un popolo

Pubblicato nel 1947, il saggio di Siegfried Kracauer “From Caligari to Hitler: a psychological history of the German film” costituisce una pietra miliare nello studio del rapporto tra estetica e società. L'autore vi sostiene che i film prodotti tra il 1918 e il 1933 non sono semplici opere d'arte, ma documenti che espongono le disposizioni psicologiche profonde che hanno influenzato il corso degli eventi e preparato il terreno per l'ascesa del nazismo. Kracauer giustifica il ricorso al cinema evidenziandone la natura di prodotto corale, capace di sopprimere le peculiarità individuali a favore di tratti comuni a una nazione, e la sua abilità nel rivolgersi a una moltitudine anonima intercettandone i desideri collettivi. Attraverso l'indagine di quelli che definisce "geroglifici visibili", ovvero dettagli superficiali che fungono da indizi per processi mentali nascosti, l'opera delinea una vera e propria storia segreta del popolo tedesco.
Particolare rilievo assume l'analisi del periodo definito dello "shock della libertà" (1918-1924), una fase post-bellica in cui il cinema inizia a esplorare l'anima nazionale attraverso atmosfere macabre e sinistre. Il film centrale di questa epoca è “Il gabinetto del dottor Caligari” (Robert Wiene, 1920), considerato l'archetipo di tutta la produzione successiva per la sua capacità di riflettere una mentalità tormentata attraverso uno stile visivo distorto e morboso. In questo contesto di incertezza politica seguito alla fallita rivoluzione del 1918, Kracauer esamina anche opere significative come “Passion” (“Madame DuBarry”, 1919) di Ernst Lubitsch, fondamentale per il riposizionamento del cinema tedesco sul mercato internazionale, e “Destiny” (“Der müde Tod”, 1921) di Fritz Lang.
Queste pellicole testimoniano un percorso psicologico che si snoda tra i temi della tirannia e del caos, evolvendo progressivamente verso una fase di stabilizzazione e, infine, verso la paralisi mentale del periodo pre-hitleriano. L'autore conclude che i fattori economici e politici non sono sufficienti a spiegare il crollo della democrazia di Weimar se non si considera il vuoto psicologico e le pulsioni autoritarie che il medium cinematografico ha saputo registrare con inquietante precisione. (9 marzo 2026)

Briganti o soldati? José Borjès e Carmine Crocco, due volti della stessa rivolta

La collana editoriale dell’editore Lacaita “Briganti e Galantuomini” si proponeva di esplorare la complessa “questione meridionale” attraverso una prospettiva diretta, affidando la parola ai protagonisti stessi di quell'epoca turbolenta. Tra le testimonianze più significative di questo progetto spiccano i volumi dedicati a José Borjès e Carmine Crocco, due figure che incarnano anime diverse e spesso inconciliabili della reazione borbonica nel Mezzogiorno post-unitario.
Il diario di José Borjès, intitolato "La mia vita tra i briganti", ci restituisce l'immagine di un generale spagnolo di grande esperienza militare, inviato dal Comitato Borbonico di Marsiglia con l'ambizioso compito di trasformare le masse disorganizzate di insorti in un vero esercito regolare. Le sue pagine documentano il tentativo di restaurare l'autorità di Francesco II attraverso una strategia politica precisa, che prevedeva l'istituzione di tribunali e il rispetto di una disciplina formale. Tuttavia, emerge con forza l'amarezza di un uomo che si scontra con una realtà locale ben diversa dai propri ideali cavallereschi, arrivando a descrivere con severità la mancanza di orizzonti politici dei capi briganti con cui si trovò a collaborare.
A questa visione "dall'alto" fa da contraltare l'autobiografia di Carmine Crocco, "Come divenni brigante". In quest'opera, il celebre "generale" di Rionero in Vulture racconta il suo percorso di ribellione, nato non da un astratto ideale legittimista, ma da un viscerale spirito di conservazione e dalla reazione contro le ingiustizie sociali subite dalle classi rurali. Crocco descrive una guerriglia fatta di bande mobili e attacchi mirati ai "galantuomini", la nuova classe dirigente percepita come usurpatrice. Il suo racconto è pervaso dal tormento di chi si sente negata ogni possibilità di redenzione e vede nella macchia l'unica via d'uscita contro una repressione spesso inumana e crudele.
Il confronto tra queste due opere mette a nudo un contrasto insanabile. Mentre l'intento di Borjès era promuovere un'azione che riportasse sul trono il sovrano, presentandola come una missione per la legittimità dinastica, Crocco rappresentava la resistenza di un mondo contadino disperato. Questo dissidio ideale e tattico, che portò alla rottura tra i due capi, rimane ancora oggi una chiave di lettura fondamentale per comprendere il fallimento della restaurazione borbonica e le profonde ferite che hanno segnato la nascita dello Stato unitario. (27 febbraio 2026)

La coscienza di Walsh e l’umana attrazione per il conflitto

Pubblicato nel 1906, "The Moral Damage of War" di Walter Walsh (1857-1931) è un libro ancora in grado di sorprendere. Non un trattato astratto, né l’ennesima invettiva moralistica contro la violenza, bensì un paziente repertorio di fatti, testimonianze, derive collettive: ciò che l’autore definisce - con un’immagine che colpisce - un “arsenale” costruito non per combattere, ma per smontare l’ingranaggio mentale che rende la guerra possibile.
Il punto da cui muove Walsh è semplice e insieme sconfortante: il conflitto armato corrompe la coscienza umana in tutte le sue articolazioni. Nessuna professione, nessun ceto, nessuna tradizione culturale può dirsi immune dalla lenta erosione del senso morale che la guerra inevitabilmente produce. L’autore respinge l’idea, diffusa all’epoca e purtroppo non del tutto estinta, che la crudeltà sia appannaggio di popoli considerati “inferiori”; una comoda illusione, dice, che permette a molte nazioni – soprattutto quelle anglosassoni, oggetto della sua critica più severa – di sottrarsi alle proprie responsabilità etiche. Non esistono popoli “buoni” o “cattivi”: esiste una comune fragilità che il conflitto acuisce fino a trasformarla in barbarie.
Nella prefazione, forse la parte più accorata del volume, Walsh introduce una distinzione che merita ancora oggi qualche riflessione: quella tra motivazioni utilitaristiche e motivazioni religiose della pace. Nessun calcolo politico, nessuna convenienza economica, nessuna razionalità strategica potrà mai estinguere la “maledizione della guerra”. A suo avviso, solo un impulso religioso – inteso non come dogma, ma come tensione morale verso la fraternità e il sacrificio – possiede la forza profetica necessaria a rendere la pace un orizzonte reale. L'autore richiama Walt Whitman: la religione, dice, è l’essenza stessa della vita; senza quella fibra interiore, la solidarietà rimane un auspicio.
Figura eminente del pacifismo scozzese, Walsh consegna così un testo che resta un classico per lucidità e profondità, capace di ricordare che la guerra è, prima ancora che un evento politico, una ferita dell’anima. (20 febbraio 2026)

Il lapis e la pellicola. Note di un viaggiatore del cinema.

Leggi dettagli

Raccontare l'invisibile. Alle origini della divulgazione scientifica.

Leggi dettagli

Vinti e vincitori

Leggi dettagli

La Cina di Goffredo Parise

Leggi dettagli

Tra ideale democratico e realtà industriale: l’America di Fernanda Pivano

Leggi dettagli

Dal naufragio alla teoria monetaria: l’allegoria economica di Robinson Crusoe

Leggi dettagli

Leggere il tempo economico: la lezione di Kuczynski.

Leggi dettagli

Hiroshima e quel che resta della coscienza

Leggi dettagli

Donne e attività letteraria nel primo Novecento. Una storia luminosa.

Leggi dettagli

Una comunità senza confini: la rivoluzione della compresenza

Leggi dettagli

Lavoro, dignità e nonviolenza: Capitini racconta Dolci

Leggi dettagli

Joan Violet Robinson "la ribelle di Cambridge"

Leggi dettagli

Dalle staffette imperiali al francobollo: la comunicazione postale tra storia e cultura.

Leggi dettagli

Quanto costa la pace? William Beveridge e la costruzione etico-politica dell’ordine internazionale

Leggi dettagli

J. Paul Getty e l’eredità di Rockefeller: individualismo, petrolio e potere nel XX secolo

Leggi dettagli
Il frontespizio della copia posseduta dalla Biblioteca di discipline economico-aziendali "Walter Bigiavi"

19 settembre 2025

"Critica della violenza" di Andrea Caffi

Alla riscoperta di un uomo giusto e di un pensatore originale

"Usando la violenza, noi rinneghiamo necessariamente i valori che sono la nostra ragione di vivere e ne ritardiamo indefinitamente la propagazione e la fioritura." Andrea Caffi

Ma chi era Andrea Caffi?

Prezzolini così lo descrive:

"Arrivava all'improvviso, non si sapeva da che parte del mondo, con gli abiti sgualciti e l'aria di avere un grande appetito... e scompariva allo stesso modo, senza che si sapesse perché né per dove. Da per tutto portava la sua gentilezza, un'aria d'innocenza, un enorme fascio d'erudizione che slegava e da cui traeva regali a qualunque richiesta..."

Intellettuale poco conosciuto ma centrale nella storia del socialismo italiano e russo, pensatore originale e irriducibile a schemi ideologici precostituiti, la sua originalità stava nel pensiero “socratico”, che privilegiava il dialogo e l’esperienza umana concreta al dogmatismo e ai sistemi teorici. Per i suoi amici, come Chiaromonte, la sua grandezza risiedeva soprattutto nell’essere un uomo giusto e capace di pensare con gli altri e per gli altri.

Il volume "Critica della violenza" di Andrea Caffi, pubblicato per la prima volta nel 1966 da Bompiani, raccoglie saggi scritti dall'autore negli anni '40 che riflettono sulla violenza, in particolare quella cosiddetta "rivoluzionaria", e sui rischi enormi del suo impiego. Caffi analizza la violenza da una prospettiva critica e pacifista, sostenendo che un movimento che voglia assicurare libertà, pace e giustizia non può utilizzare mezzi violenti organizzati come insurrezioni armate, guerre civili o internazionali, dittature o terrore, perché tali mezzi sono inefficaci e conducono a risultati opposti alle finalità desiderate. Egli denuncia come le rivoluzioni violentemente imposte finiscano spesso per produrre nuovi regimi oppressivi, tradendo così le speranze più autentiche dei popoli.

Il libro propone dunque una riflessione sulla nonviolenza come unica strategia coerente per un cambiamento sociale autentico, soprattutto alla luce della capacità di distruzione e dell'orrore della violenza moderna.

Gangster e capitale

Leggi dettagli

Biografia intellettuale e politica di un economista globale

Leggi dettagli

Leadership e democrazia. Un ritratto del presidente Woodrow Wilson.

Leggi dettagli

9 settembre 2025

Antoine Augustin Cournot: l’uomo e l’economista 

Il libro di Tommaso Giacalone-Monaco è un'analisi della vita e del pensiero di Antoine Augustin Cournot, matematico, filosofo ed economista francese del XIX secolo. L'opera, che ha un carattere biografico-aneddottico, si concentra sul contributo di Cournot all'economia, in particolare sulla sua figura di pioniere dell'applicazione della matematica alle teorie economiche. Il suo lavoro più noto in questo campo è "Recherches sur les principes mathématiques de la théorie des richesses" (1838), considerato una pietra miliare nello sviluppo della microeconomia.

Tuttavia, l'obiettivo principale dell'autore non è tanto quello di analizzare a fondo il pensiero di Cournot, ma piuttosto di mettere in luce la personalità dell’economista anche con il racconto di alcuni aneddoti della sua vita. “Fra gli aneddoti citati dal Giacalone, alcuni illuminano in modo vivace o toccante la figura di Cournot, come ad esempio il suo souvenir della visita a Roma o quello nel quale l'economista prende lo spunto dalla messa al macero di un rilevante numero di copie delle sue opere per illustrare le caratteristiche del mercato librario!” (Duchini, 1960). 

Il volume nelle biblioteche di Bologna

Giacalone-Monaco, Tommaso. Antonio Agostino Cournot l’uomo e l’economista. Padova: CEDAM, 1956

Le recensioni dell’opera

Adet. Giornale Degli Economisti e Annali Di Economia 15, no. 11/12 (1956): 623–623

Duchini, F. Rivista Internazionale Di Scienze Sociali 31 (Anno 68), no. 5 (1960): 491–92

Weinberger, Otto. Zeitschrift Für Die Gesamte Staatswissenschaft / Journal of Institutional and Theoretical Economics 115, no. 1 (1959): 176–78

Antoine Augustin Cournot: profilo biografico e bibliografico

https://www.hetwebsite.net/het/profiles/cournot.htm

Il buonuomo Lenin: saggio sulla banalità del fanatismo rivoluzionario

Leggi dettagli

Martha Beatrice Webb (1858–1943): una donna per la giustizia sociale

Leggi dettagli

La fabbrica e la città. Una storia sociale e ambientale.

Leggi dettagli

Tra divulgazione e rigore. L’eredità intellettuale di Marco Onado nella letteratura economica

Leggi dettagli

Carlo Ruini e le linee teoriche dell’economia di guerra: mobilitazione, controllo e strategie

Leggi dettagli

Quell'«ansia di mutare qualcosa». I referendum nella storia della Repubblica

Leggi dettagli

La tirannide della maggioranza e il destino dell’Occidente: un dibattito sempre aperto

Leggi dettagli

Oggi come ieri, la democrazia in bilico: tra élite senza popolo e popolo senza libertà

Leggi dettagli

La Resistenza in Emilia-Romagna

In occasione dell'ottantesimo anniversario della Liberazione, una selezione di alcuni volumi del catalogo "Bigiavi"

Politica ed economia a Bologna nei venti mesi dell'occupazione nazista

Saggio pubblicato nel 1969 a cura della deputazione Emilia-Romagna per la storia della Resistenza e della guerra di Liberazione. Comprende numerose riproduzioni di manifesti e documenti.

Politica ed economia a Bologna nei venti mesi dell'occupazione nazista

Il volume contiene anche il primo manifesto del Sindaco Giuseppe Dozza.

Banden! Waffen raus!

La storia della 63a brigata "Bolero", "in larga parte la vita e la morte del suo comando di brigata, più volte distrutto e sempre risorto con più tenacia e risolutezza nel combattere la lotta antifascista".

Banden! Waffen raus!

Il libro, che contiene molte immagini e quattro disegni di Mario Nanni, è uscito nel 1965 per le Edizioni Alfa di via Santo Stefano 13.

Banden! Waffen raus!

Porta Lame nell'inverno 1944-45.

Banden! Waffen raus!

Il bombardamento di Bologna del 25 settembre 1943. Il volume fa parte della collana "Il servitor di piazza. Storia, costumi e tradizioni".

Eroi senza armi

Tra i capitoli più interessanti di questo saggio del 1965: "Pulsate et aperietur vobis: memorie dalle case italiane ove si parlava forestiero". "Se (...) organizzazioni vere e proprie per favorire la fuga ai prigionieri alleati dai campi di concentramento non esistevano (...) ne furono create appositamente per assisterli e porgere loro tutto l'aiuto possibile."

Eroi senza armi

Didascalia originale: "Le prime lusinghe naziste per indurre gli italiani a denunciare i prigionieri alleati. A Modena il manifesto comparve nella prima metà del settembre 1943".

Il movimento di liberazione a Ravenna

"Il movimento di Liberazione a Ravenna", a cura di Luciano Casali. Pubblicato sotto l'egida del Comitato per le Celebrazioni del XX annuale della Resistenza Ravenna.

Il movimento di liberazione a Ravenna

Giornali clandestini stampati nella provincia di Ravenna.

La Resistenza in Emilia-Romagna

Tra i contributi di questa raccolta di saggi del 1976: "L'attività economica del CLN", "La liberazione del forlivese", "La repubblica di Montefiorino".

Bologna in guerra

Questo volume del 1995 si distingue per "l'apertura della ricerca alle nuove tematiche del sociale e del vissuto quotidiano" e per il conseguente ampliamento dell'apparato documentario.

1943 Cade il fascismo

Una pubblicazione dell'ANPI in occasione del sessantennale.

1943 Cade il fascismo

Bologna 26 luglio 1943. I cittadini bruciano le foto del dittatore davanti al Palazzo del Podestà.

Quelli di Bullow

Un volume del 1957 sulla lotta sostenuta dalla 28a Brigata Garibaldi per la liberazione di Ravenna.

Quelli di Bullow

Dedica e citazioni per il libro di Guido Nozzoli uscito nel 1957 per Editori Riuniti.

Prima dei dazi. Storia del libero scambio e del protezionismo negli Stati Uniti.

Leggi dettagli

L'Europa di Spinelli in 10 libri

Una rassegna di alcuni titoli dell'autore del Manifesto di Ventotene posseduti dalla "Bigiavi"

1957

1957. Spinelli, che è tra i più convinti e preparati assertori dell'idea di un'Europa federata, traccia, in questo volumetto della « Clandestina », le possibili linee — politiche, economiche, giuridiche, sociali — del futuro volto degli Stati Uniti d'Europa.

1957-bis

"La collana la chiamiamo "Clandestina" perché a niente, come a ciò che è libero e spregiudicato, il mondo odierno minaccia vita difficile, clandestina insomma".

1960

1960. Questo libretto non è stato scritto per compiacere questa o quella corrente politica prevalenti nel mondo. Esso è più severo verso quella cui mi sento legato ed al cui successo vorrei contribuire, ma mipermetto di dire, come lo storico Dahlmann, che "lo mando nel mondo con la speranza che dispiaccia a tutte le sette politiche". (dalla Prefazione)

1965

1965. Il libro analizza il funzionamento pratico delle Comunità europee, prestando particolare attenzione alle relazioni sociali e politiche tra l'amministrazione europea a Bruxelles e i centri di potere negli Stati membri.

1968

1968. "I capitoli di questo libro trattano di alcune cose accadutemi, viste, sentite o meditate durante la mia prigionia politica" (dall'Introduzione).

1983

1983. E' assai probabile che la mia età avanzata non mi consentirà di accompagnare ancora per molto tempo questa azione. Ma quando rifletto che oggi il primo, Parlamento europeo eletto sarebbe assai diversa cosa da quel che è, se non avesse assunto il ruolo costituente di cui vi ho parlato, e quando penso che tutta la mia ormai lunga vita di partigiano europeo è sboccata questa azione, non posso fare a meno di mormorare e me stesso con una tal fierezza le parole di San Paolo: bonum certamen certavi, cursum consummavi.

1985

1985. Due saggi — Gli Stati Uniti d'Europa e le varie tendenze politiche, e Politica marxista e politica federalista — insieme al Manifesto, costituiscono il nucleo centrale del progetto europeo di Spinelli. Questo si è via via arricchito con nuove riflessioni sulla natura delle costituzioni federali, sui tentativi di realizzare l'unità europea, sul ruolo del Movimento Federalista Europeo nella battaglia per l'unificazione del vecchio continente.

1989

1989. Come ha osservato Norberto Bobbio nel suo saggio «Il federalismo nel dibattito politico e culturale della Resistenza», ciò che distingue in modo nettissimo l'approccio di Spinelli al federalismo europeo è l'impegno a trasferire l'idea della federazione europea sul terreno dell'azione, a trasformarla, cioè, in azione politica.

1989-bis

1989. Altiero Spinelli dedicò la sua vita alla causa dell'unità europea, documentando la sua lotta dal 1948 al 1969 in un diario. Questo volume raccoglie le sue esperienze, incontri e riflessioni durante i momenti più difficili della battaglia per un'Europa unita. Ne seguono altri due, che raccontano gli anni 1970-1976 e 1976-1986.

1996

1996. Nel settembre 1944 Spinelli rientrò in Italia dalla Svizzera aggregandosi al gruppo dirigente milanese del Partito d'azione; dai documenti politici, dagli articoli e anche dalle lettere a Ernesto Rossi ritrovati da Graglia emerge il ruolo fondamentale giocato da Spinelli e dalla sua visione federale e transnazionale nell'elaborazione delle posizioni dell'azionismo "di sinistra".

2004

2004. L'evoluzione dell'idea di un'Europa unita, dal celebre Manifesto di Ventotene fino all'espansione dell'Unione Europea a 25 membri. Il volume comprende, tral'altro, un contributo di Norberto Bobbio, la postfazione di Romano Prodi e l'intervista a Spinelli di Sonia Schmidt.

Altiero Spinelli nella "Collana Clandestina"

Leggi dettagli

Cinema e desiderio nel racconto di Ado Kyrou.

Leggi dettagli