Nelle collezioni della biblioteca, editoria d'altri tempi e letture ancora attuali.
Pubblicato il 03 agosto 2026
"Che cos'è la proprietà?" esce nel 1840 e la risposta di Proudhon al quesito contenuto nel titolo del suo pamphlet sta tutta in una formula che ancora oggi provoca reazioni più o meno scomposte: la proprietà è un furto. La frase scandalizza, ma non è nemmeno sua, la si legge già in autori precedenti (ad esempio nella “Théorie des lois criminelles” di Jacques-Pierre Brissot de Warville, futuro rivoluzionario girondino). Egli stesso, più avanti, la ammorbidirà, chiarendo di avere inteso promuovere la piccola proprietà individuale degli strumenti di lavoro, non abolire ogni forma di possesso. Resta il fatto che il ragionamento del 1840 parte da posizioni vicine a Rousseau e scivola verso l'utopia anarchica, arrivando a negare la proprietà privata perfino sulle opere dell'ingegno: nessuno crea nulla da solo, sostiene Proudhon, quindi tutto appartiene in origine alla collettività.
Una delle edizioni conservate in biblioteca - tradotta da Antonietta Klitsche de la Grange per O.E.T.-Bottega dell'Antiquario di Roma, con il titolo ridotto a "La proprietà" - ha una storia editoriale curiosa: priva di data certa nei cataloghi, circola in piena guerra in copie datate 1944. E la traduttrice è tutt'altro che scontata: non si tratta di un'economista né di una militante, ma di una scrittrice cattolica, prima donna a scrivere per L'Osservatore Romano. Una biografia lontanissima da quella di Proudhon, che rende ancora più singolare questo incontro editoriale.
Il libro resta scomodo perché diretto, polemico, costruito su paradossi che irritano chi cerca coerenza sistematica. Mostra come si costruiva, prima di Marx e con categorie del tutto diverse dalle sue, un'obiezione radicale al capitalismo nascente. Più che un manuale o un pamphlet a tesi, è un atto d'accusa filosofico-giuridico e va letto per intero, certamente non ridotto alla frase con cui è passato alla storia. (3 agosto 2026)
Nel 1978 Giovanni Brino pubblica un volume fitto di immagini e di dati eterogenei, quasi un dossier, per sezionare l'anatomia di una città capitalista: Los Angeles. Nella metropoli californiana le leggi dello sviluppo territoriale si vedono a occhio nudo, in forma pura, e a tratti francamente patologica. Il libro nasce da un soggiorno dell'architetto tra il 1972 e il '73, ma guarda soprattutto all'Italia: al triangolo Torino-Milano-Genova, dove Brino intravede lo stesso destino. Lo chiama "losangelizzazione": crescita senza freni, planning permissivo, capitali multinazionali che dettano la forma delle città.
Il libro non ha una struttura lineare. È un glossario spezzato, una "guida ambientale" in ventisette voci — dai dingbats alle freeways, dalle Watts Towers a Paperopoli. Termini presi di peso dal gergo di Los Angeles, che Brino usa per dare dignità analitica a cose che altrove si liquidano come sottoprodotti urbani o scivoloni estetici. Dietro ogni voce, un comportamento sociale preciso.
L'urbanistica europea, e quella della East Coast americana, guardano al suburbio californiano lamentandone la mancanza di forma. Brino si schiera piuttosto con il critico britannico Reyner Banham. Los Angeles non è la fine della città, è l'inizio di qualcos'altro: una cultura post-urbana, complessa, retta dalle comunicazioni di massa e da una mobilità continua. Chi la abita vive sospeso tra la promessa hollywoodiana di un futuro già qui e la segregazione sociale portata alle sue conseguenze più estreme.
Giovanni Brino (1939-2017), architetto e docente al Politecnico di Torino, allievo di Carlo Mollino, ha introdottoin Italia lo studio della losangelizzazione e della cultura post-urbana; a lui si devono anche i primi "piani del colore" per le città italiane. Suoi i restauri torinesi della stazione di Porta Nuova e di casa Scaccabarozzi (la "fetta di polenta"). (24 luglio 2026)
Una galleria di immagini tratte dal volume.
In "Selfridge: a biography", Reginald Pound racconta l'ascesa di Harry Gordon Selfridge come pioniere di un modello aziendale che ha ridefinito i paradigmi della vendita al dettaglio, per configurarsi come spazio di partecipazione pubblica. Tra il 1912 e lo scoppio della Grande Guerra Selfridge riconfigurò il grande magazzino, orientando l'impresa verso una missione sociale e una nobilitazione etica del commercio.
L'opera descrive riforme gestionali di rottura: l'eliminazione del sistema del "living-in" - una forma di semi-servitù che imponeva ai dipendenti alloggi aziendali degradanti e salari ridotti al minimo - a favore di retribuzioni dignitose che garantissero autonomia e libertà di residenza. Parallelamente, l'istituzione di un Consiglio del Personale (uno pseudo-parlamento per il dialogo aziendale) e l'affidamento di ruoli di responsabilità alle donne segnarono una svolta verso la gestione moderna e partecipativa del capitale umano.
Sotto il profilo del marketing e del posizionamento strategico, Pound evidenzia l'uso del punto vendita come palcoscenico del progresso. Attraverso dimostrazioni scientifiche d’avanguardia e iniziative editoriali, Selfridge attrasse l'élite intellettuale elevando il prestigio del retail. Al contempo, l'istituzione del "bargain basement" (l'angolo delle occasioni) democratizzò il consumo, servendo efficacemente il ceto medio e consolidando l'azienda come istituzione nazionale.
Con questa biografia Pound restituisce il profilo di un imprenditore per cui il business era "il più grande di tutti gli sport", capace di innescare una rinascita commerciale che ha ridefinito radicalmente la cultura del consumo britannica.
Pubblicato da HarperBusiness nel 1993, questo volumetto di Al Ries e Jack Trout di cui proponiamo la prima edizione italiana è considerato una pietra miliare della letteratura aziendale. Il cuore dell'opera è l'assunto provocatorio secondo cui “il marketing non è una battaglia di prodotti, ma di percezioni”. Gli autori vi sostengono che il successo non dipende necessariamente dall'avere dalla propria un prodotto qualitativamente superiore, ma dalla capacità di occupare per primi uno spazio unico e indelebile nella mente del consumatore. Attraverso principi celebri come la “legge della leadership” (è meglio essere primi che migliori) e la “legge della focalizzazione” (sull'importanza di possedere una parola nella mente del cliente), il testo offre una guida pragmatica e diretta al posizionamento strategico.
Siamo certamente di fronte a un classico, tuttavia la ricerca accademica recente invita a una lettura critica della sua presunta "immutabilità". Alcuni esempi storici citati, come le previsioni sul declino di Microsoft, sono stati smentiti dal tempo, e il moderno marketing “evidence-based” mette in discussione l'universalità di alcuni aforismi degli autori.
Per gli studenti di economia e comunicazione, questo volume resta una lettura imprescindibile: fornisce le basi concettuali per comprendere come i brand competono per la "quota mentale" (mindshare) e offre un terreno di confronto fondamentale tra le teorie storiche del posizionamento e le dinamiche digitali contemporanee.
Mentre l'Europa del 1940 sprofondava nell’idolatria dello Stato onnipotente e nel dirigismo bellico, un esule austriaco lanciava l'ultima, radicale sfida alla pianificazione globale: l'individuo - affermava - non è un'astrazione statistica, ma l'unico atomo di realtà economica esistente. In "Human action", Ludwig von Mises radicalizza l’approccio della scuola austriaca elevando l’economia a prasseologia: una scienza teorica, a priori e sistematica, le cui proposizioni derivano dalla struttura logica della mente e precedono necessariamente ogni comprensione dei fatti storici. In questa architettura concettuale, l’azione umana è intrinsecamente razionale, definita come lo sforzo consapevole di sostituire uno stato di cose meno soddisfacente con uno migliore attraverso l’adeguamento di mezzi a fini soggettivi. Il cuore dell'opera risiede nell'individualismo metodologico: le collettività non possiedono realtà o esistenza al di fuori delle azioni dei singoli membri che le costituiscono. Tale prospettiva demolisce le pretese del collettivismo, suggerendo che istituti sociali complessi, come il mercato, non nascano da progetti d'insieme, ma emergano come aggregati di scelte individuali volte al tornaconto personale. È la sintesi di una resistenza intellettuale maturata nella "disperazione della libertà", tra l'ombra della decadenza asburgica e l'ascesa del nazismo.
Questa tensione tra rigore teorico e tragedia storica non è un mero reperto bellico, ma la bussola necessaria per orientarsi nel "Leviatano statale" che torna a profilarsi minaccioso all'orizzonte. Mises, configuratosi come il "garante della speranza" che nulla sia fatale, ci avverte che la libertà ha un futuro solo se sapremo riconoscere nella pianificazione individuale l'unico vero baluardo contro il caos del dirigismo. (26 giugno 2026)
Wesley Clair Mitchell (1874 1948) fu uno dei principali esponenti dell’istituzionalismo americano e tra i fondatori del National Bureau of Economic Research (NBER), che egli contribuì a sviluppare come centro di ricerca quantitativa, gettando le basi del metodo empirico con cui ancora oggi si analizzano e si datano i cicli economici. Fortemente influenzato dal pragmatismo di John Dewey, Mitchell concepiva l'economia come una scienza investigativa orientata alla risoluzione di problemi concreti e al "controllo sociale".
La sua opera fondamentale, “Business Cycles” (1913, poi ampliata nel 1927), ha trasformato lo studio delle fluttuazioni economiche da evento catastrofico a caratteristica intrinseca del sistema capitalistico. Attraverso una meticolosa "descrizione analitica" basata su dati statistici — come prezzi, salari e profitti — Mitchell dimostra come ogni fase del ciclo generi cumulativamente quella successiva. L'opera pone l'accento sulle aspettative di profitto degli agenti economici formulate in condizioni di incertezza. Mitchell spiega che le fasi di espansione terminano quando la crescita dei costi erode i margini di profitto, mentre la ripresa inizia quando l'espulsione delle imprese inefficienti e la stabilità dei prezzi ridanno vigore agli investimenti. Il suo libro rimane un punto di riferimento metodologico per l'enfasi sull'osservazione empirica rispetto alla deduzione astratta. (15 giugno 2026)
Quest'opera di Manlio Montanucci, pubblicata dalla romana Editrice Menaglia nel 1945 con prefazione di Antonio Segni (all’epoca sottosegretario di Stato per l’Agricoltura e le Foreste) propone un'analisi comparativa tra la mezzadria classica italiana e l'esperimento sovietico del kolkhoz. L'autore vi sostiene che il collettivismo russo non sia un'innovazione assoluta, ma si innesti sulle radici del "Mir", l'antica organizzazione comunitaria russa preesistente allo Stato, basata sul godimento comune delle terre. Segni sottolinea come la mezzadria garantisca indipendenza e benessere al lavoratore rispetto a un sistema collettivo dalle rese produttive inferiori, sforzandosi nello stesso tempo di superare il fitto velo della propaganda che avvolge l'istituto del kolkhoz.
Il testo affronta infatti le difficoltà di reperire dati oggettivi, denunciando sia la segretezza degli organi di governo sia le "deformazioni interessate" degli avversari politici. Montanucci critica le "figurazioni retoriche" e la "smagliante prosa" usate dagli oratori per suggestionare le masse, mettendo in guardia contro resoconti di viaggio parziali e pubblicazioni come la Monthly Review, ritenute finalizzate alla propaganda. Per approdare a una sintesi equilibrata, il volume sceglie un "linguaggio semplice e intelligibile", stralciando le tinte forti delle opposte fazioni per restituire una cronaca fedele delle trasformazioni agrarie russe e del loro impatto sociale. (29 maggio 2026)
19 settembre 2025
"Usando la violenza, noi rinneghiamo necessariamente i valori che sono la nostra ragione di vivere e ne ritardiamo indefinitamente la propagazione e la fioritura." Andrea Caffi
Prezzolini così lo descrive:
"Arrivava all'improvviso, non si sapeva da che parte del mondo, con gli abiti sgualciti e l'aria di avere un grande appetito... e scompariva allo stesso modo, senza che si sapesse perché né per dove. Da per tutto portava la sua gentilezza, un'aria d'innocenza, un enorme fascio d'erudizione che slegava e da cui traeva regali a qualunque richiesta..."
Intellettuale poco conosciuto ma centrale nella storia del socialismo italiano e russo, pensatore originale e irriducibile a schemi ideologici precostituiti, la sua originalità stava nel pensiero “socratico”, che privilegiava il dialogo e l’esperienza umana concreta al dogmatismo e ai sistemi teorici. Per i suoi amici, come Chiaromonte, la sua grandezza risiedeva soprattutto nell’essere un uomo giusto e capace di pensare con gli altri e per gli altri.
Il volume "Critica della violenza" di Andrea Caffi, pubblicato per la prima volta nel 1966 da Bompiani, raccoglie saggi scritti dall'autore negli anni '40 che riflettono sulla violenza, in particolare quella cosiddetta "rivoluzionaria", e sui rischi enormi del suo impiego. Caffi analizza la violenza da una prospettiva critica e pacifista, sostenendo che un movimento che voglia assicurare libertà, pace e giustizia non può utilizzare mezzi violenti organizzati come insurrezioni armate, guerre civili o internazionali, dittature o terrore, perché tali mezzi sono inefficaci e conducono a risultati opposti alle finalità desiderate. Egli denuncia come le rivoluzioni violentemente imposte finiscano spesso per produrre nuovi regimi oppressivi, tradendo così le speranze più autentiche dei popoli.
Il libro propone dunque una riflessione sulla nonviolenza come unica strategia coerente per un cambiamento sociale autentico, soprattutto alla luce della capacità di distruzione e dell'orrore della violenza moderna.
9 settembre 2025
Il libro di Tommaso Giacalone-Monaco è un'analisi della vita e del pensiero di Antoine Augustin Cournot, matematico, filosofo ed economista francese del XIX secolo. L'opera, che ha un carattere biografico-aneddottico, si concentra sul contributo di Cournot all'economia, in particolare sulla sua figura di pioniere dell'applicazione della matematica alle teorie economiche. Il suo lavoro più noto in questo campo è "Recherches sur les principes mathématiques de la théorie des richesses" (1838), considerato una pietra miliare nello sviluppo della microeconomia.
Tuttavia, l'obiettivo principale dell'autore non è tanto quello di analizzare a fondo il pensiero di Cournot, ma piuttosto di mettere in luce la personalità dell’economista anche con il racconto di alcuni aneddoti della sua vita. “Fra gli aneddoti citati dal Giacalone, alcuni illuminano in modo vivace o toccante la figura di Cournot, come ad esempio il suo souvenir della visita a Roma o quello nel quale l'economista prende lo spunto dalla messa al macero di un rilevante numero di copie delle sue opere per illustrare le caratteristiche del mercato librario!” (Duchini, 1960).
Giacalone-Monaco, Tommaso. Antonio Agostino Cournot l’uomo e l’economista. Padova: CEDAM, 1956
Adet. Giornale Degli Economisti e Annali Di Economia 15, no. 11/12 (1956): 623–623
Duchini, F. Rivista Internazionale Di Scienze Sociali 31 (Anno 68), no. 5 (1960): 491–92
In occasione dell'ottantesimo anniversario della Liberazione, una selezione di alcuni volumi del catalogo "Bigiavi"
Saggio pubblicato nel 1969 a cura della deputazione Emilia-Romagna per la storia della Resistenza e della guerra di Liberazione. Comprende numerose riproduzioni di manifesti e documenti.
Il volume contiene anche il primo manifesto del Sindaco Giuseppe Dozza.
La storia della 63a brigata "Bolero", "in larga parte la vita e la morte del suo comando di brigata, più volte distrutto e sempre risorto con più tenacia e risolutezza nel combattere la lotta antifascista".
Il libro, che contiene molte immagini e quattro disegni di Mario Nanni, è uscito nel 1965 per le Edizioni Alfa di via Santo Stefano 13.
Porta Lame nell'inverno 1944-45.
Il bombardamento di Bologna del 25 settembre 1943. Il volume fa parte della collana "Il servitor di piazza. Storia, costumi e tradizioni".
Tra i capitoli più interessanti di questo saggio del 1965: "Pulsate et aperietur vobis: memorie dalle case italiane ove si parlava forestiero". "Se (...) organizzazioni vere e proprie per favorire la fuga ai prigionieri alleati dai campi di concentramento non esistevano (...) ne furono create appositamente per assisterli e porgere loro tutto l'aiuto possibile."
Didascalia originale: "Le prime lusinghe naziste per indurre gli italiani a denunciare i prigionieri alleati. A Modena il manifesto comparve nella prima metà del settembre 1943".
"Il movimento di Liberazione a Ravenna", a cura di Luciano Casali. Pubblicato sotto l'egida del Comitato per le Celebrazioni del XX annuale della Resistenza Ravenna.
Giornali clandestini stampati nella provincia di Ravenna.
Tra i contributi di questa raccolta di saggi del 1976: "L'attività economica del CLN", "La liberazione del forlivese", "La repubblica di Montefiorino".
Questo volume del 1995 si distingue per "l'apertura della ricerca alle nuove tematiche del sociale e del vissuto quotidiano" e per il conseguente ampliamento dell'apparato documentario.
Una pubblicazione dell'ANPI in occasione del sessantennale.
Bologna 26 luglio 1943. I cittadini bruciano le foto del dittatore davanti al Palazzo del Podestà.
Un volume del 1957 sulla lotta sostenuta dalla 28a Brigata Garibaldi per la liberazione di Ravenna.
Dedica e citazioni per il libro di Guido Nozzoli uscito nel 1957 per Editori Riuniti.
Una rassegna di alcuni titoli dell'autore del Manifesto di Ventotene posseduti dalla "Bigiavi"
1957. Spinelli, che è tra i più convinti e preparati assertori dell'idea di un'Europa federata, traccia, in questo volumetto della « Clandestina », le possibili linee — politiche, economiche, giuridiche, sociali — del futuro volto degli Stati Uniti d'Europa.
"La collana la chiamiamo "Clandestina" perché a niente, come a ciò che è libero e spregiudicato, il mondo odierno minaccia vita difficile, clandestina insomma".
1960. Questo libretto non è stato scritto per compiacere questa o quella corrente politica prevalenti nel mondo. Esso è più severo verso quella cui mi sento legato ed al cui successo vorrei contribuire, ma mipermetto di dire, come lo storico Dahlmann, che "lo mando nel mondo con la speranza che dispiaccia a tutte le sette politiche". (dalla Prefazione)
1965. Il libro analizza il funzionamento pratico delle Comunità europee, prestando particolare attenzione alle relazioni sociali e politiche tra l'amministrazione europea a Bruxelles e i centri di potere negli Stati membri.
1968. "I capitoli di questo libro trattano di alcune cose accadutemi, viste, sentite o meditate durante la mia prigionia politica" (dall'Introduzione).
1983. E' assai probabile che la mia età avanzata non mi consentirà di accompagnare ancora per molto tempo questa azione. Ma quando rifletto che oggi il primo, Parlamento europeo eletto sarebbe assai diversa cosa da quel che è, se non avesse assunto il ruolo costituente di cui vi ho parlato, e quando penso che tutta la mia ormai lunga vita di partigiano europeo è sboccata questa azione, non posso fare a meno di mormorare e me stesso con una tal fierezza le parole di San Paolo: bonum certamen certavi, cursum consummavi.
1985. Due saggi — Gli Stati Uniti d'Europa e le varie tendenze politiche, e Politica marxista e politica federalista — insieme al Manifesto, costituiscono il nucleo centrale del progetto europeo di Spinelli. Questo si è via via arricchito con nuove riflessioni sulla natura delle costituzioni federali, sui tentativi di realizzare l'unità europea, sul ruolo del Movimento Federalista Europeo nella battaglia per l'unificazione del vecchio continente.
1989. Come ha osservato Norberto Bobbio nel suo saggio «Il federalismo nel dibattito politico e culturale della Resistenza», ciò che distingue in modo nettissimo l'approccio di Spinelli al federalismo europeo è l'impegno a trasferire l'idea della federazione europea sul terreno dell'azione, a trasformarla, cioè, in azione politica.
1989. Altiero Spinelli dedicò la sua vita alla causa dell'unità europea, documentando la sua lotta dal 1948 al 1969 in un diario. Questo volume raccoglie le sue esperienze, incontri e riflessioni durante i momenti più difficili della battaglia per un'Europa unita. Ne seguono altri due, che raccontano gli anni 1970-1976 e 1976-1986.
1996. Nel settembre 1944 Spinelli rientrò in Italia dalla Svizzera aggregandosi al gruppo dirigente milanese del Partito d'azione; dai documenti politici, dagli articoli e anche dalle lettere a Ernesto Rossi ritrovati da Graglia emerge il ruolo fondamentale giocato da Spinelli e dalla sua visione federale e transnazionale nell'elaborazione delle posizioni dell'azionismo "di sinistra".
2004. L'evoluzione dell'idea di un'Europa unita, dal celebre Manifesto di Ventotene fino all'espansione dell'Unione Europea a 25 membri. Il volume comprende, tral'altro, un contributo di Norberto Bobbio, la postfazione di Romano Prodi e l'intervista a Spinelli di Sonia Schmidt.